Facciamo la coorte

inno-nazionale

L’inno nazionale tedesco dice: “Donne tedesche, fedeltà tedesca, vino tedesco e canto tedesco devono mantenere nel mondo la loro vecchia, buona fama”. Ammetterete che a tali ideali avremmo potuto e dovuto inneggiare noi italici – forse la fedeltà non sarebbe stata approvata dalla maggioranza relativa, ma sarebbe potuta passare col solito decreto legge. Invece cosa cantiamo noi? Ciò che ci si aspetterebbe dai tedeschi: siam pronti alla morte, dov’è la vittoria? Uniti, perdio!, chi vincer ci può? Mameli deve averlo composto in canottiera, appoggiato al bancone di un bar, con la mano sul pacco. Dopo la dichiarazione di machismo, il resto del testo è una delirante sarabanda: non a caso la maggioranza degli italiani si perde per strada prima che entri in scena la chioma della Vittoria e ignora del tutto quella faccenda di Ferruccio (chi era costui? Forse il c.t. Valcareggi?) e del sangue polacco bevuto col cosacco.

Nonostante l’intero Paese abbia qualche problema con “Fratelli d’Italia”, a partire dagli anni Novanta una lobby di indignati prese ad tempestare le rubriche della posta dei quotidiani invocando vergogna sugli azzurri che non lo cantavano a squarciagola, e aggiungendo quasi sempre: “Guardate i francesi!”. E per forza: la Marsigliese è una hit mondiale, ne sappiamo l’inizio persino noi – allonsanfan de la patriiiie etc.
Nel 1998 si mosse una categoria di sfaccendati ancora più indefessa di quelli che scrivono le lettere ai giornali: i parlamentari. Una immancabile interrogazione fece notare che il solo Pagliuca cantava. Anche se non andava molto a tempo.

Ad alimentare lo sdegno ci si misero anche quegli infingardi della nazionale di rugby, prontissimi a cogliere la palla al balzo e a mostrare fiera dimestichezza col canto patriota. I calciatori, invitati a discolparsi, provarono a sostenere che erano talmente concentrati sull’imminente partita che gli era impossibile ricordare le parole. Nel 2000 Demetrio Albertini pensò di confondere le acque inventando inno-abbracciatiuna coreografia: tutti stretti (…a coorte?), ognuno con le mani sulle spalle del vicino, una specie di trenino ma fermo alla stazione (in effetti, una buona metafora del Paese. O perlomeno dei suoi trasporti pubblici). Niente da fare: il senatore Tabladini (Lega Nord) riassunse la situazione in aula, durante la seduta n.883 (forse ispirato da La dura legge del gol): “I giornali hanno quasi obbligato i nostri calciatori a cantare – a muovere la bocca, suppongo – l’inno nazionale prima dell’inizio della partita Italia-Francia, ma il risultato è stato esattamente contrario: tre simulavano di cantare l’inno, mentre gli altri nove stavano assolutamente in silenzio” (…gli altri NOVE?).

Nel 2002 il Trio Medusa delle Iene incalzò i nazionali. “Non lo cantiamo ma dentro lo sentiamo” (Angelo Di Livio). “A me a scuola non l’hanno insegnato” (Alessandro Nesta). Interpellato sul significato di “Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”, Eusebio Di Francesco invece replicò un sibillino: “Questo non lo posso dire”. Qualcuno poi disse, teneramente: “Sono stonato!” E in effetti, tranne una insospettabile prova vocale di Massimo Ambrosini, la vocalità soprattutto di Nesta e Delvecchio era quanto meno da ammonizione per gioco pericoloso. Intanto l’ossessione per “i calciatori che non cantano l’inno” era cresciuta fino a sfociare nell’adozione sistematica, da parte della Rai, di una carrellata rivelatrice ed orwelliana tramite una telecamera a mano con tanto di microfono, inviata in tutto il mondo per inchiodare quegli azzurri che invece di gorgheggiare a proposito del casco integrale del signor Scipio, 1) stanno zitti 2) masticano chewingum 3) muovono le labbra a caso sperando di non essere sgamati 4) cantano “Le tagliatelle di nonna Pina” 5) fischiettano 6) ridono col vicino 7) si lavano i denti 8) cantano, ma solo la parte più toccante e significativa, che corrispondeva quasi sempre al momento in cui era inquadrato Materazzi.
Ovvero: “Poropò. Poropò. Poropoppoppoppoppò!!!”

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