“Obdulio ci ha fottuti”

L'istante della tragedia - gol di Ghiggia, Maracanà gelato

L’istante della tragedia. Gol di Ghiggia, Maracanà gelato.

Il generale Angelo Mendes de Moraes, come tutti i militari, aveva fama di uomo pratico, superiore alle scaramanzie e agli scongiuri, fermamente convinto che la ragione alla fine avesse sempre la meglio sul caos tribale. Del resto, le parole “Ordem e Progresso” campeggiavano sulla bandiera brasiliana già dal 1889, e non è che in quel momento – praticamente davanti a tutto il Paese e anche di più – potesse rimangiarsi sessant’anni di crescita economica, medica e culturale (almeno, a parole). Perciò, quando prese la parola da sindaco di Rio de Janeiro davanti ai 200 mila che stipavano il Maracanà come fosse una nave di disperati in direzione Nuova York, mise al bando le frasi di circostanza e strillò con voce sicura: “Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo! Voi, giocatori, he tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti! Voi, che avete rivali in tutto l’emisfero e superate qualsiasi rivale! Siete voi che io saluto come vincitori!“.

Iniziò così il terribile pomeriggio del Maracanaço, mito che in questi mesi è tornato a splendere di nuova luce grazie a decine di spot, libri, documentari e all’immancabile Federico Buffa, che l’ha rievocato in maniera mirabile su Sky. Noi tutti si tende a dare assolutamente per scontato ogni particolare di quella partita, anche il più inverosimile e favolistico, come la vita, le opere e le omissioni del Varelamitologico capitano uruguagio Obdulio Varela, generalità che sembrano uscite direttamente dalla penna di Gabriel Garcia Marquez. È vero che, anni dopo, Alcides Ghiggia dichiarò con senso del paradosso tipicamente sudamericano “Solo tre persone hanno zittito il Maracanà: io, Karol Wojtyla e Frank Sinatra”. È vero che Moacir Barbosa, portiere più che decoroso tanto da essere comunque eletto miglior numero 1 di quel Mondiale, passò seri guai dopo la sua esitazione fatale sul gol di Ghiggia, tanto da essere additato a nemico pubblico numero 1; le mamme lo indicavano ai bambini come l’uomo nero, nessun portiere di colore difese più la porta della Seleçao per mezzo secolo, prima dell’avvento di Dida (avessi detto). È vero che Jules Rimet consegnò la coppa a Varela alla chetichella, in preda a un comprensibile imbarazzo, e del resto immaginatevi cosa accadrebbe tra un mese, se andasse in scena un simile funerale a cielo aperto. Nessunò suono l’inno uruguayano: la banda non lo sapeva, e anche se l’avessero saputo non avrebbero potuto suonarlo, perché stavano piangendo a dirotto. Il resto rimane contornato dal bordo sfumato della leggenda, perché onestamente non ci sono molti testimoni del pellegrinaggio di Varela bar per bar nelle ore successive alla partita, a consolare i tifosi brasiliani offrendo loro da bere. La verità è che battere i brasiliani a calcio a casa propria è il sogno proibito di cinque miliardi di terrestri, tanto che diventa immensamente interessante non tanto scoprire se qualcuno ci riuscirà, quanto conoscere lo stato d’animo di coloro che ci andranno vicini. Per esempio noi, che tabellone alla mano potremmo affrontarli nei quarti: cosa ci passerebbe per la testa se fossimo in vantaggio 1-0 a cinque minuti dalla fine, sia da giocatori che da telespettatori? Saremmo con ogni probabilità a un passo dalla più grande impresa calcistica della nostra storia, roba da far tremare i polsi talmente tanto che è meglio cambiare discorso.

Nel 1950 l’Italia non ci andò neanche vicina, a sognare un’impresa del genere. Bicampione in carica, con in mezzo una guerra da decine di milioni di morti, avrebbe potuto vestire legittimamente i panni della co-favorita, senonché il Grande Torino, Superga eccetera. Terrorizzata dalla prospettiva di prendere l’aereo – calciatori e dirigenti dell’epoca erano stupidi non meno degli attuali – la delegazione italiana si abbandonò a uno sfiancante viaggio in mare a bordo della motonave Sises, dove i piani di allenamento andarono a ramengo dopo pochi giorni, complice la dispersione di tutti i palloni disponibili, finiti nell’Atlantico uno via l’altro. Finalmente sbarcati a San Paolo, la sera del 24 giugno gli azzurri si fecero ghermire dalla festa di San Giovanni, con contorno di “strepitoso corpo di ballo argentino” che soggiornava nello stesso nostro mega-hotel. Una volta in campo, contro la fortissima Svezia zeppa di future stelle del campionato italiano, perdemmo 3-2 senza neanche demeritare. Il problema era che il nostro era un girone a tre: la teorica quarta squadra, l’India, si era auto-esclusa per motivi mai chiariti (qualche storico insinua che si fossero tirati indietro dopo il rifiuto della FIFA di farli giocare scalzi, ma forse sono solo malelingue imperialistiche). Morale della favola, fummo eliminati dopo appena 90 minuti, rendendo vano il 2-0 al Paraguay nella seconda partita.

Joe Gaetjens

Gaetjens portato in trionfo dopo la vittoria sull’Inghilterra.

La sterminata letteratura attorno al Mondiale 1950 non può non comprendere anche la romanzesca prima volta dell’Inghilterra che, vestiti i panni da salvatrice del pianeta durante la guerra, accettò finalmente di misurarsi con quei plebei che osavano discuterne la superiorità calcistica. Ovviamente fu un bagno di sangue, con la celeberrima sconfitta contro gli Stati Uniti firmata da un manipolo di italo-americani e dalla rete dell’immigrato haitiano Joe Gaetjens. Nella sua vita successiva, Gaetjens finirà vittima ad Haiti del regno del terrore instaurato dal dittatore “Papa Doc” Duvalier, uomo che incoraggiava il culto della propria
personalità diffondendo volantini con raffigurato Cristo che gli poggiava una mano sulla spalla e diceva “Io l’ho scelto”. La sua famiglia si era spesa per Louis Déjoie, l’uomo che aveva perso contro Duvalier le elezioni del 1957, e aveva precipitosamente abbandonato Haiti dopo la sconfitta elettorale. Gaetjens no, decise di rimanere convinto che nessuno gli avrebbe torto un dito, forte del suo status di gloria nazionale; ma fu uno dei primi a essere arrestato dalla polizia segreta, e morì chissà dove e chissà quando, né il suo corpo fu mai più ritrovato.

Se l’aneddotica non manca, è il caso per un attimo di fare anche le persone serie e dare quelle due-tre nozioni di storia del football che vi servono per entrare meglio nel clima Mundial. Si sappia dunque che nell’edizione 1950 a dare scalpore è nientemeno che la Svizzera, fino agli anni ’40 allenata da un furbo signore di vienna rappandi nome Karl Rappan, che aveva portato quasi alla perfezione un sistema tattico definito verrou (in Italia, terra di poeti, convertito in catenaccio). In parole poverissime, marcatura a uomo e maggior attenzione alla fase difensiva, mandando in soffitta il vecchio Metodo a cui comunque molte squadre facevano ancora riferimento (in primis l’Italia, ma anche l’Uruguay campeon). Uscita sostanzialmente indenne dalla guerra, la Svizzera affidò la panchina a un ticinese di 35 anni, Franco Andreoli, che proseguì il lavoro di Rappan, che nel frattempo dominava campionati su campionato alla guida del Servette. “Il nostro viaggio fu davvero faticoso: ci toccò sbarcare prima a Madrid e poi a Dakar, e arrivati nel Pernambuco dovemmo disinfestare per 12 ore l’intero piano dell’albergo in cui eravamo alloggiati, perché era infestato da parassiti”. Prima che ci riuscisse la Celeste, quella Svizzera fu comunque l’unica a non piegarsi dinanzi al Brasile, bloccato su un clamoroso 2-2 allo Stadio Pacaembù di San Paolo grazie alla doppietta di Jacques Fatton, che secondo Rappan era “la miglior ala sinistra del mondo”.

Ma si torna sempre al Maracanaço, a quella folla immensa e incredibile di 220 mila persone, tutte accomunate da un disperato mutismo al momento dei tre fischi finali dell’arbitro inglese Reader. “Per vedere quella partita”, scriverà Eduardo Galeano, “i moribondi rinviarono la propria morte e i neonati si sbrigarono a nascere”. Osvaldo Soriano, invece, riporterà in Futbol un monologo immaginario di Obdulio Varela, poi reso magnificamente in italiano da Toni Servillo nell’omonimo cd del 2009 degli Avion Travel. Cosa doveva esserci nell’aria, in quel pomeriggio del 16 luglio 1950, e cosa ci sarà nei pomeriggi che andremo a commentare tra meno di due settimane. Il peso della storia e della tradizione che si fanno materiali, concreti, ad appesantire un’aria già carica di umidità. La famosa tensione che si taglia col coltello, che spezza il fiato e sega le gambe. “Il silenzio del Maracanà è il rumore più assordante che io abbia mai sentito”, ebbe a dire anni dopo Ghiggia, che lo scorso autunno è stato accolto da una folla adorante al Centenario di Montevideo, nel giorno in cui l’Uruguay festeggiava la qualificazione mondiale a spese della Giordania. Sui mega-schermi hanno mandato per l’ennesima volta la sua zampata di destro sul primo palo, sempre uguale, sempre lancinante per i brasiliani all’ascolto. Composto perlopiù da giovani e giovanissimi, il pubblico non ha saputo trattenersi ed è esploso quando ha visto la palla in rete: “Goooool!”. Ghiggia si è commosso, come si commuovono tutti gli uomini di 86 anni quando hanno una bella storia da raccontare. E chi se ne importa quanto c’è di vero.

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