Noi con voi, me con te, loro con egli

Siete lì, in poltrona davanti alla tv. Nei paraggi, generi alimentari di dubbio contenuto dietetico. Accanto a voi, amici o familiari selezionati dopo una serie di test premondiali. Quello che vorreste ora è vedere un pallone preso adeguatamente a scarpate. Ma ecco invece che dalla tv un uomo vi arringa perentorio:

“Toccami sul cuore, spiegami com’è che si nasce, vive e muore, e perché”. 

Ma come sarebbe a dire? Che c’entra con la partita? È presto detto: si tratta di “Da me a te”, inno della nazionale composto da Claudio Baglioni nel 1998, nel quale si racconta che “Un azzurro lungo un sogno, che ci ha fatto vivere come un urlo in mezzo al cielo, vola e va da me a te”. Vi è arrivato? Eh, insomma. Ricorda certe furiose giravolte su se stesso con cui Bruno Conti confondeva gli avversari. Eppure, se ispirati da queste pensose liriche i nostri avessero portato a casa la coppa, sarebbe valsa la pena di perdonare Baglioni: oh, quello che conta è il risultato. Invece dopo un’eliminazione ai rigori, una al primo turno e ben due col golden gol, nel 2006 il pezzo di Baglioni fu esonerato e sostituito da “Cuore azzurro” dei Pooh, che pensarono bene di cambiare i pronomi (invece che “Da me a te”, “Noi con voi – voi con noi”) mantenendo i fondamentali: anche per loro, guardando la nazionale l’italiano svolazza (“ali grandi per volare”), poi si addormenta (“un sogno che non muore mai”) e alla fine, alza gli occhi al cielo a controllare che non abbia cambiato colore: “Siamo qui col cuore azzurro come il nostro cielo”. Di fatto, con “Cuore azzurro” dei Pooh come inno della nazionale, è arrivato il titolo mondiale. Il che va a dimostrare che la lezione di Bearzot è sempre valida: 1) ci vuole il gruppo 2) basta qualche piccola modifica a un modulo collaudato per vincere. Perché le basi dell’inno all’italiana in fondo sono sempre le stesse, le gettarono Edoardo Bennato e Gianna Nannini nel 1990, esaltando “il cielo di un’estate italiana” e “un sogno che comincia da bambino”. 
Sì, sì, lo sappiamo che “Un’estate italiana” era l’inno dei Mondiali e non della nazionale, però il Paese non poteva non adottare un pezzo contenente almeno un lampo di autentico genio lirico (“Dagli spogliatoi escono i ragazzi, e siamo noi”). …Peraltro, l’unica credibile alternativa era “Giocatore mondiale”, prima di tante sigle create da Elio & le Storie Tese per i programmi della Gialappa’s Band:

“Là c’è una bandiera che sale, qua c’è un muratore che cade,
ma questo tragico evento non intaccherà la fiducia che il mondo ripone
nel nostro paese ripieno di pizza, canzoni ed amor:
il Mondiale ‘90 nascerà (…)
E infine Luca di Montezuma dal suo elicottero azteco gli incassi devolverà”.

Ora, amanti della cabala, uscite dal letto della cabala e prendete atto di una cosa. Sia nel trionfale Mondiale del 1982 che nel disastroso Mondiale del 2010, non c’era una canzone ufficiale. Per strano che sembri, quattro anni fa la FIGC del neoeletto Abete non quagliò nemmeno questa blanda operazione di marketing. Per qualche giorno girò voce che Ligabue avrebbe scritto un pezzo, ma si sa che se non ci sono interisti, MiticoLiga non si sgola. Quindi, caduto nel vuoto un viscido tentativo di Pupo ed Emanuele Filiberto di piazzare la loro pacchianata sanremese (“Italia amore mio”), l’unica sinergia canterina fu un pezzo de Le Vibrazioni intitolato “Invocazioni al cielo”, adottato da Sky in occasione delle partite della Nazionale 2.0 di Lippi:

“Scusa amore ma proprio non so
Come farei io senza di te
Anche se a volte in fallo tu stai”.

Diciamo che l’espressione giovanile “WTF” è abbastanza appropriata.

Alt, vi vediamo, voi brizzolati, che fremete. Non abbiamo dimenticato che nel 1982, subito dopo la vittoria sul Brasile, e quindi 6 giorni prima della finale, tre ragazzi che si diedero il nome Masters (Lorenzo Canovi, Romeo Corpetti e Paolo Paltrinieri) incisero una versione “Mundial” di “Da da da”, successo delle meteore tedesche Trio, adattata per inneggiare in spagnolo maccheronico ai campioni del mondo:

“El chiquito Dino Zoff. Muy Gentil el difensor.
Bell’Antonio l’amador. Collovati el cabezon.
Son tutti figli di Bearzot, aha”.

Forse fu la prima instant-song d’Italia: alla distribuzione pensò, fulmineo, il Guerin Sportivo. Qualche mese dopo, a inerpicarsi sul carro dei vincitori provò – indovinate chi? – LUI!, l’ineffabile Pupo, che portò a Sanremo 1983 “Cieli azzurri” (…toh guarda), in cui alludeva all’arbitro di Italia-Germania, Coelho: “Dopo il fischio brasiliano mi sentivo sempre più italiano”. Giunse penultimo davanti a “Vita spericolata” di Vasco Rossi (…cosa ci volete fare: l’arte quella vera, al Festival, paga sempre dazio).

Nel 1986, niente. Non si pensò nemmeno, visto che si tornava colà, a rivitalizzare “Messico e Nuvole” di Enzo Jannacci (scritta da Paolo Conte). E dire che qualche anno prima, nel 1983, la Rai aveva sincronizzato le immagini della vittoria di Madrid con il pavarottiano “Nessun dorma”, con Schizzo Tardelli che energumeneggiava sul fatidico “Vin-ceròooo!!!!”
Fu solo nel 1994 che si decise a livello federale che la squadra andava sostenuta con una canzone adeguata. Nell’occasione, Enrico Ruggeri, Massimo Ranieri, Diego Abatantuono e Paolo Maldini (!) si cimentarono in “Italia Ancora”, col fantasioso nome d’arte di Stelle Azzurre. Il disco è oggi quasi introvabile, ma per fortuna YouTube permette di apprezzare l’intensità del tifo e del tifone retorico che infuria in musica e testo. In apertura, un accorato parlato di Abatantuono difficile da comprendere oggi – forse a ispirarlo fu il secessionismo leghista.
“Come si fa quando il fratello odia il fratello? L’Italia ha mille combinazioni… mille città da conoscere”
(…pare di sentire Rutelli nel famoso invito: “Plìs. Visit. Italy… Villages!”).
L’ex ras della Fossa conclude mugugnando amaro: “Basterebbe così poco per amarsi veramente”. Può darsi. Ma ecco entrare Ruggeri, che in una specie di versione comicamente seria della “Terra dei cachi” di Elio & le Storie Tese risponde allo sconsolato Abatantuono esaltando la “voglia di crescere” dell’Italia mentre i coristi gorgheggiano: “Questo è il paese del sole”. Il rap di Maldini è, incredibilmente, semidecoroso: “Come si fa quando tutto intorno crolla, come si fa a far scattare la molla”. Beh ma l’azzurro, i sogni? Tranquilli, ci pensa Ranieri a giocarsi l’asso e il jolly: “Un colore unico per l’azzurro, un’unica nazione che ci regali sogni belli!”. A produrre tale autobotte di melassa, l’apostolo del rock in italia, deejay Ringo.
Il brano fu incluso in una compilation intitolata Gloryland, inserito tra un brano dei Fleetwood Mac e uno di Jon Bon Jovi. Per fortuna in scaletta, oltre a Santana, Tina Turner e altri big, c’era anche un brano dei norvegesi Vazelina Bilopphøggers, il cui nome ci fa ben sperare: forse, armati di vazelina, avranno distratto gli ascoltatori permettendo alle Stelle Azzurre di eluderne la sorveglianza e volare via, sognando che nessuno notasse una canzone di bruttezza agghiacciante.
(va da sé: se avessimo vinto quei Mondiali, avremmo comprato il disco noi per primi – noi con voi, voi con noi)

Questo ci porta al 2014. ORA.
Ebbene, quest’anno, a differenza del 2010, il piatto è ricco. L’abbuffata vede al centro i Negramaro: Giulianino Sangiorgi, non contento di aver profanato la tomba di Domenico Modugno l’altr’anno, scoperchia le bare di Claudio Villa e Mario Del Monaco (e probabilmente ogni giorno si informa bramoso sulla salute di Johnny Dorelli, che ci auguriamo stia benissimo). Che poi, il gruppo tira fuori un arrangiamento niente male della vecchia “Un amore così grande” (1976) ma è noto che Giulianino canta qualunque cosa come se fosse in piena colica renale. Il video ha avuto oltre due milioni di visualizzazioni su YouTube, ma finora la gente non ha aperto il portafogli: uscito un mese e mezzo fa, il brano non è mai riuscito ad andare al n.1 in classifica (e dire che ci vuole pochissimo). Però durante i Mondiali, potrebbe farcela. Chissà quanto sarà consistente la concorrenza di Emis Killa, che canta “Maracanà”, ovvero il Mondiale versione Sky. Con tanto di product placement, tipico dell’hip-hop più ispirato:

“Milano così non si è vista mai, per le strade nessun via vai
chiedi perché ma dai non lo sai? Tutto il paese stasera è su Sky
Chissà che cosa succederà, nel calcio tutto è possibile
io amo l’Italia perché è imprevedibile – ti ricordi di otto anni fa?”

A proposito di imprevedibilità, Nonna Mina canta invece il Mondiale versione Rai giocando sui cliché telecronistici tramite il testo di Claudio Sanfilippo e Maurizio Catalani:

“Viva il parroco, campo pesante
fallo netto e dribbling ubriacante
Quattro volte azzurri in cima al mondo
Il pallone tondo”.

Ecco il bello di quest’epoca: se Pupo usa i cliché, è un babbione, se li usa Mina, è frizzante ironia. Musicalmente il pezzo è molto sotto “Ossessione 70”, un brano di Fausto Cigliano che Mina interpretò dieci mondiali fa. Figuratevi che il pezzo nomina Vieri – e non è nemmeno Bobo, ma suo padre Roberto.
Comunque, questo passa il convento, e tutto sommato non è poco. Un rapper, una primadonna, una rockband un po’ lagnosa. Dai, non manca niente. Oddio, mancherebbe il bel canto alla Andrea Bocelli. Ma lui ce lo siamo già giocato nel 2000 – quando la Rai gli affidò il commento tecnico a fianco di Bruno Pizzul nella finale degli Europei Italia-Francia. Inutile dire che fu meglio di Massimo Mauro.

Baglioni_calciatore_Nazionale_cantanti

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