Ve lo do io il Brasile – 01. Appunto, il Brasile

cartina-brasileChe poi uno pensa al Brasile e l’immagine che gli si para davanti è quella oleografica delle spiagge tipo Copacabana piene di fighe sorridenti con culi spaventosamente belli in microtanga, e il Cristo Redentore, e il Pão de Açucar, e il Maracanà, e la Seleção, e il Carnaval con le ballerine con le piume in testa eccetera. Non negate, lo so. Lo sappiamo tutti. E in parte, ma solo in parte, il Brasile è anche questo. Non solo questo. Il Brasile è otto milioni di chilometri quadrati, un subcontinente in pratica, attraversato da tre fusi orari, l’Equatore e un tropico, quello del Capricorno. Il Brasile non è uno stato, ma ventisei stati confederati, tipo gli Stati Uniti (che invece sono, dai, lo sanno tutti… Cinquanta! Bravi, bene, sette più). Ventisei stati che vanno dal confine con la Guyana e il Perù tipo il Roraima (capitale Boa Vista) o l’Acre (capitale Rio Branco) al Rio Grande do Sul (capitale Porto Alegre) che confina con l’Uruguay. Avete presente l’Europa? Ecco, più o meno il Brasile è grande quanto lei, con una popolazione di 200 milioni di abitanti contro i 750 circa dell’Europa. Un brasiliano per quasi quattro europei. Sempre che le cifre siano veritiere, perché in Brasile non è mica tanto facile contarsi: non è abitudine diffusa ovunque quella di andare all’anagrafe a registrare nascite e decessi. La gente nasce e muore a volte senza nemmeno esistere per lo Stato. Si fanno figli con una facilità impressionante, si muore a volte per un paio di scarpe o una pallottola vagante.

Andiamo per latitudine: all’Equatore si trovano gli Stati più poveri, tipo l’Alagoas o il Cearà o l’Amapà o quello dal nome che mi piace di più, il Maranhão (capitale São Luis). Qui fa un caldo della madonna, la maggior parte della gente del popolo, che non può permettersi l’aria condizionata (e a volte nemmeno una casa in muratura) non dorme sui materassi ma nelle redes, le amache di tessuto fresco che consentono di riposare facendosi accarezzare dal vento senza sprofondare nel proprio sudore. E poi l’Amazzonia, nella foresta pluviale, dove c’è un tasso di umidità che ti sembra di camminare immerso nella pasta e patate e respirare da un phon acceso: tutto appiccicoso, pesante, ti fai la doccia e dopo dieci minuti ricominci a sudare più di prima.

Ecco, uno pensa che il Brasile sia solo questo. E invece scendi al sud e scopri Stati come il Minas Gerais (“miniere generali”), pieno di cittadine che sono piccole perle coloniali dove estraevano l’oro e già esistono, udite udite, le stagioni nel senso di variazione di clima. Oppure arrivi a Curitiba e ti sembra di stare in Svizzera per l’ordine e l’urbanistica avanzata. O ancora, negli Stati del Sud come Santa Catarina capita che d’inverno nevichi abbondantemente. Poiché questo Stato è stato colonizzato in gran parte dai tedeschi, capita di trovare paesini con le casette con i tetti spioventi e i gerani sui terrazzi, alla bavarese, dove si parla una versione modificata del tedesco, tanto che non ti stupiresti di trovare gente che balla indossando pantaloni al ginocchio e schiaffeggiandosi allegramente. È da qui vicino che viene Gisele Bündchen, per dire.
Però, nell’enorme diversità di territorio e di abitudini, ci sono alcune cose che uniscono tutti i brasiliani: la birra, per esempio. Leggera, dissetante, se è servita in bottiglia o in lattina si chiama cerveza (marche più famose: Antartica, Brahma e cujaSkol), se è servita in bicchiere si chiama chope o chopiño. Molto diffuso anche il guaranà, bevanda energetica tratta dai semi di una pianta tropicale. O la cachaça, un’acquavite prodotta dalla canna da zucchero. Nota anche come pinga nella sua
versione liscia assoluta, è la base dei cocktail più famosi del Brasile, la batida e la caipirinha. Noi la conosciamo nella versione internazionale classica con il cocco o il lime (limão, mentre il limone nostrano si chiama lima), ma lì le fanno veramente con tutto, dal kiwi alla fragola alla noce di macadamia (caju, la versione a mio parere più spettacolare che non assaggio dal 2007: ora in questo momento in cui ve ne sto parlando potrei uccidere a mani nude per una caipirinha di caju). Poi c’è il piatto nazionale, la feijoada, che come molte cose di questo Paese trova le sue radici nel periodo dello schiavismo: gli ingredienti erano gli scarti che i padroni portoghesi disdegnavano, e infatti oltre ai proletari fagioli neri troviamo la manioca (una specie di patata locale) con cui si produce la farofa (sorta di farina saporita), il riso, e tutti i pezzi meno pregiati degli animali – lingua, orecchie, coda, frattaglie, pancetta, lardo, salsicce… Si dice che vada mangiata il sabato a pranzo perché serve un giorno e mezzo per digerirla, feijoadasonnecchiando sdraiati su una rede o sotto una palma. E tutto sommato è plausibile. Quando l‘ho assaggiata la prima volta non ne conoscevo ingredienti e preparazione, altrimenti non so se mi sarei mai cimentata. Però l’ho mangiata con gusto e non me ne pento affatto. Poi c’è il churrasco, che ora tutti conoscono anche in Italia grazie alla catena di churrascarias Porcão: carne buonissima a gogo, finché non dite basta. Il Brasile non è un Paese per vegetariani e vegani, che pure però possono trovare grande soddisfazione nella frutta tropicale, tanta, a volte sconosciuta a noi occidentali, sempre buonissima e assunta in tutte le forme, principalmente in sucos colorati e saporitissimi e disponibili a ogni angolo di strada.

La grande delusione invece è il pesce: pesci di oceano, grandi grossi e fregnoni, quasi insapori e per tale motivo cucinati con abbondanza di condimenti a volte intollerabili per il nostro palato, tipo il famigerato azeite de dendè, l’olio di palma tipico dello Stato di Salvador, che ha lo stesso colore e a mio parere lo stesso gusto della benzina agricola.

A proposito di benzina: dalla canna da zucchero i brasiliani estraggono anche un alcool, il bioetanolo, che è il carburante di gran parte delle autovetture prodotte in Brasile. Costa niente, è ecologico, ma sta devastando l’economia agricola locale perché data la convenienza, molti produttori stanno disboscando le foreste per impiantare piantagioni di canna da zucchero a questo scopo, impoverendo l’equilibrio naturale e le produzioni per altri scopi. Ma si sa, quando c’è di mezzo il denaro non c’è ecologia che tenga.

La moneta locale, da circa vent’anni, è il real (plurale reais), che al cambio attuale vale circa 30 centesimi di euro. Cioè, per ogni euro vi danno 3 reais. Il dollaro è sempre gradito, data l’influenza che gli USA hanno storicamente avuto nello sviluppo economico e finanziario del Paese.

voto-brasileCuriosità, visto che siamo da poco reduci dalla traumatica esperienza: dal 1996 il Brasile usa, primo al mondo, un sistema di votazione elettronica che consente lo spoglio elettorale in poche ore. Ogni candidato è caratterizzato da un numero, il votante entra in una cabina con un computer collegato, digita il numero del candidato oppure sfoglia tra le fotografie e vota. Cioè, loro ci sono riusciti nel 1996, quasi vent’anni fa. Noi stiamo ancora a leccare le matite copiative, per dire.
Ah, una cosa importante: la lingua ufficiale del Brasile è il portoghese. Il brasiliano non esiste, loro ci tengono tanto. Non è raro, soprattutto da Rio in giù, sentir parlare una specie di italiano: in Brasile ci sono vaste comunità di emigranti, principalmente calabresi e veneti. Anche se va detto che i veneti hanno tramandato agli eredi soprattutto le bestemmie (successo a me in un ristorante di Rio: cameriere – “Ah, siete italiane? Mio nonno era italiano! Mi ha insegnato a parlare italiano. Sentite qua: D**CAN!!!” – svenimento della signora che mi accompagnava).

Segnatevi, a proposito, le due parole più pericolose che potreste sentire pronunciate dai locali: “deixa comigo” (ci penso io!). Ecco, lì è proprio finita, preparatevi. Non è cattiveria, è che un impegno, nel “Paìs tropical abençoado por Deus e bonito por natureza”, ma come si fa a mantenerlo, con quei culi, quelle spiagge, quella cerveza che ti aspetta bem geladinha?

Romana d’importazione, romanista, Angela Cutrera scrive libri, suona il basso, si occupa di calcio. E addirittura per l’ultima cosa la pagano ogni mese. Il primo Mondiale che ricorda è Germania ’74. Su Twitter è @misspiggy66 o @comunqueroma (è un franchising, sapevatelo)

Lascia un commento

Connect with:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*