Italia-Francia 2006 – Paura e delirio a Reggio Calabria

(del Conte Fiele)

Cioè, provate ad immaginare la scena. Io con Daniele Interrante, Laura Barriales e un centinaio di calabresi, tutti insieme inchiodati davanti ad un megaschermo di un ristorante di Reggio mentre Zidane prende a testate Materazzi. Dalla tensione compulsivamente faccio delle installazioni con la mollica di pane. Interrante ha la testa appoggiata alla tavola e lo sguardo vitreo. La Barriales, spagnola e tendenzialmente disinteressata, si lima le unghie. I calabresi si chiamano a vicenda: Pasquale! Rocco! Santo! Luca! Tore!

Ma che ci faccio qua?

La cosa divertente è però sapere come ci sono arrivato. Ve lo spiego in quattro mosse.

Scena 1 – Interno di un ufficio-appartamento di Roma, Piazzale Clodio, caldo come può far caldo solo Giugno a Roma. Il sole e il venticello. I taxisti che parlano di calcio, sui muri le scritte Romamerdalaziotiodiovivaerduce, per strade romane bellissime con i vestitini corti come sanno portarli solo le romane bellissime (e io ne so qualcosa, fidatevi). Le guardo sospirando, mentre sui vetri della macchina passano la facciate color ocra dei palazzi di Prati. Intanto, mi chiedo il perché. Mi hanno mandato a fare un’inutile riunione sull’edizione estiva del programma a cui lavoro. Inutile perché so già che il mio ruolo sarà quello di seguire il montaggio finale delle puntate a Milano, mentre operativo in Calabria sul location sarà il capoprogetto. Quindi, dovrei stare tranquillo, no? E invece. Entro in una stanza, stringo delle mani. Saluto gente cortese che non ho mai visto e che, tutto sommato, mi valuta per quello che sono: uno che non c’entra niente e non conta un cazzo. Ma che bella camicia. Eh, è una Ben Sherman. Ma dove l’hai presa. A Londra. Ah maddai. Essì. Vuoi un caffè? Sto a posto così, grazie. Fino a qua tutto bene. Finché arriva il mio capoprogetto, appunto: Maurizio, napoletano, il talento di un Gianfranco Zola, il carattere di uno Zigoni. Uno che negli anni duri della Serie C passava le ore a fare i commenti sui Forum azzurri sul pessimo stato di forma del Pampa Sosa. Uno così, va detto, merita rispetto. Nonostante il mio livello di empatia sia pari alle temperature eschimesi, sento subito che grava un’aria strana. Mmmm. L’apertura è degna di un ace di Borg a Wimbledon nel 1978: ‘Vorrei subito mettere in discussione la leadership in questo gruppo. A decidere sono io’. Bella mossa Mauri. Tempo netto trenta secondi, iniziano a volare gli insulti e a momenti pure le sedie. Ahia. Torno a Milano. Mi accolgono con un sorriso. L’azienda crede in te. E’ ora di valorizzarti. A Reggio Calabria, ci vai tu. Ah. E da quando? Da domani. Perché, ci sono problemi? Ma figuriamoci. Pronti.

Scena 2 – Posso? Dovreste leggere Port Tropique di Barry Gifford. Ha scritto Cuore Selvaggio e la sceneggiatura di Strade Perdute, così per far capire che non è l’ultimo degli stronzi. In queste 150 paginette racconta di tale Franz Hall, un uomo spedito in un posto esotico e senza nome per compiere una missione. Non si capisce da chi e per cosa. Chi gli vuole bene, chi gli vuole male. Da chi si il più bel chilometro d'Italia, il lungomare di Reggio Calabrianasconde e chi stia cercando. Insomma, che ci faccia lì. Il problema è che alla fine non se lo ricorda nemmeno Franz stesso, perso nelle zanzare, nei ricordi, nell’alcool. Nell’oblio. Ecco, la mia Port Tropique di chiama Reggio Calabria. Di cui tutto si può dire, ma che racchiude una certezza in sé: ha un gran bel lungomare. Rifatto apposta, piastrellato, sabbia bianca, davanti acqua azzurrina e la Sicilia. Un amore. Il problema è non girarsi mai per guardare il resto della città.

In tutto questo, i Mondiali: riesco ancora a vedere il rigore di Totti contro l’Australia a casa mia a Milano, mentre sto chiudendo le valigie. Levo il volume perché ho il cuore in gola e spero che Francesco nostro non faccia quel cucchiaino del cazzo. Spara una bomba e l’urlo di cento finestre aperte riempie l’aria immobile di San Siro. Addio mio amato neighbourhood, addio Gatto Giorgio, addio Gatto Arturo. Ci vediamo fra un po’.

Scena 3 – Giù sembra di stare in un paese sudamericano, in una di quelle dittature morbide dove tutto gira per entropia e inerzia. Nonc’èproblema, nonc’èproblema. Un mantra. Il sindaco, l’assessore. Il produttore, l’amico del produttore, vari notabili. Catenine e braccialetti d’oro. Una sera si presenta addirittura lui: LM, quando queste iniziali facevano ancora separare le acque e smuovere le coscienze. Mi guarda distratto, non ho palesemente nessun motivo per interessarlo e si dimentica subito di me. Per il resto sono sorrisi a trentaduedenti, pacche sulle spalle, amaro del Capo come se non ci fosse un domani. Location, quelle e indiscutibilmente quelle perché sono di amici di amici. Soldi, pochissimi. Tempo, zero. Le ballerine promesse, un miraggio. Si vede che non era destino. O forse sì, sto ancora cercando di capirlo. Giriamo dieci ore al giorno, e se non c’è il sole a 35 gradi, piove. Sì esatto, piove. In Calabria. A Luglio dell’anno del Signore 2006. Dormo quattro ore a notte per stare dietro a tutto quanto, attorno il clima è quello della Cuba decadente del Padrino, quando Michael Corleone scopre che suo fratello Fredo ha cercato senza saperlo di fargli le scarpe, quel pasticcione che non è altro. Esclusi i due precisissimi conduttori che- va detto- fanno vita ritirata e monacale, tutti pippano o scopano con chiunque. O l’una o l’altra. O tutte due le zambrottaucraina2006cose assieme. L’incontro fra gli indigeni e i conquistadores arrivati dal Profondo Nord ha creato un maremoto che la sera regala spettacoli mai visti da queste latitudini. Io in stanza scrivo frizzanti lanci e vedo Zambro tirare giù la porta con una sassata contro l’Ucraina. La sera crollo sfinito, la mia ormai compianta e defunta (fin senso lato, s’intende) fidanzata dell’epoca mi dice da Milano ‘maddai, prendila come se fosse una specie di vacanza’. Fisso il soffitto del mio hotel. Padre, perché mi hai abbandonato?

Scena 4 – In tutti i viaggi c’è sempre una curva che dopo è tutta discesa. Banale no? Ma tant’è. Le X sul calendario mentale mi dicono che stiamo chiudendo una puntata dopo l’altra. La mia dieta si è stabilizzata su cinque-sei Red Bull al giorno, leggero mi sfiorano gli scazzi, gli amori e le corna e le storie stupende di questi ragazzi e ragazze calabresi belli come il sole che vogliono venire a Milano a fare la televisione. Ma no, ma no. Statevene qua. Anche se non c’avete un cazzo da fare. Chiudo l’ultimo lancio. Mi levo tutto e anche se scende una specie di pioggerellina densa, mi tuffo in mare in una spiaggia totalmente deserta. Questa sera c’è la finale. Sono pronto.

C’è troppo casino, troppa dispersione. Cerco di concentrarmi in questo ristorante a dieci metri da dove dormono i due Bronzi, che almeno quelli mi sono tolto la soddisfazione di vederli, già che c’ero. Mi guardavano con l’aria di dire: ma perché non ci hanno pescato in Svezia, che almeno lì non ci terrebbero in una teca materazzi2006illuminata dai neon al piano sottoterra di un brutto palazzo. Le voci, il chiacchiericcio, i commenti inutili coprono l’audio della partita. Accolgo con cristiana rassegnazione il rigore di Zidane. Cerco di scivolare nell’indifferenza che a volte rende meno dolorose le sconfitte, ma la capocciata dell’1 a 1 di Materazzi è come la soda caustica che Brad Pitt rovescia sulla mano di Edward Norton in Fight Club. Bisogna stare qua e soffrire. E soffro, copiosamente, mentre sul cielo di Reggio sento arrivare i primi segnali di una specie di tempesta tropicale. Ricordo la traversa di Toni, un gol annullato e poi noi che lentamente scompariamo dalla partita, con Henry in grazia di Dio che affetta la nostra difesa. I nostri tengono duro con la forza della disperazione.

Finché arriva il fattaccio. Zizù perde la brocca. Tutti si alzano in piedi ed inveiscono. Bastardo! Infame! Fuori! Fuori! Ci manca solo che la gente inizi a tirare le bottiglie contro lo schermo come nei Blues Brothers. Io di mio ci butto lì anche una sequela di ‘gobbo di merda’ che ci stanno sempre bene e che per fortuna si perdono nel marasma, visto la provata fede della gran parte dei locali per la squadra simbolo della testatazidane2007Calabria e di tutto il Regno delle Due Sicilie, cioè la Juventus FC.

Fischio finale, ancora una volta rigori. Ed è proprio a quel punto che un deus ex machina shakespeariano rovescia sulla città un tornado che fa sbattere le finestre, rovescia i vasi, riempie i marciapiedi di blatte purpuree e soprattutto fa saltare il segnale satellitare. Panico, terrore, ansia. Non posso, non riesco ad aspettare che sistemino la parabola. Esco in strada, dove mi accoglie lo stesso silenzio primigenio della nascita del mondo. Da questo punto preciso, lungo tutte le vie che risalgono Reggio, persino in questo tratto di mare che arriva fino alla Sicilia, c’è solo un silenzio che mi cade addosso come una condanna. Finisco nella hall dell’albergo davanti. Il portiere capisce la situazione e non fa domande. Con me c’è il mio regista, Francesco, laziale nel senso che tifa la Lazie, uno che col senno di poi dirà: ‘che estate incredibile, abbiamo vinto il mondiale e mi è anche nato un figlio’ e notate bene l’ordine delle priorità, che per altro capisco perfettamente. Scende dalla camera anche una truccatrice di cui non mi ricordo il nome. E’ del genere chisseneimporta di questo stupido gioco che piace tanto a voi maschi. Iniziano. E io sono qua a vedere i rigori che potrebbero farmi vincere il Mondiale in un albergo a Reggio Calabria. A differenza di Manchester, dove era stata la fiera dell’orrore, qua calciano tutti perfettamente. Pirlo vede l’insopportabile Barthez che si butta e glielo mette centrale, poi va a centrocampo e abbraccia da dietro Cannavaro, diventato una statua di sale. Wiltord, il maledetto che tanto mi aveva fatto bestemmiare nel 2000, spiazza Buffon. Sul dischetto va Materazzi e io che l’ho insultato come forse nella vita ho fatto solo con Berti e Pagliuca, faccio un voto: se la metti siamo pari. Non ti dirò più niente. Lui la piazza precisa all’angolino e io mi cucio la bocca per il resto della vita. Tocca a Treseghè. Ancora tu? Ma stai vedere che. La luce negli occhi è quella dell’Old Trafford, il tiro migliore, ma si piazza sulla traversa. David, quando avrò un figlio, io ti voglio al battesimo, perché tu nei momenti che contano ci sei stato sempre. Grazie, grazie. Ancora grazie. De Rossi, all’epoca poco più che ventenne, la spara all’incrocio, Abidal batte già scazzato e la piazza per inerzia. Inizio ad entrare nell’ottica che forse, dico forse, potrei vincere un Mondiale. Vado in iperventilazione. Salivazione azzerata. Battito cardiaco che nemmeno Elvin Jones quando stava dietro ai solo di Coltrane. La truccatrice senza identità, a cui daremo il nome convenzionale di Connecticut, comincia a dire quelle cose senza senso che ogni tanto dicono le donne nei momenti sbagliati. Del tipo ‘ma perché non lo para? Con tutti i soldi che guadagna. Ma se fa questo vinciamo? Ma quanto manca? Ma deve durare ancora molto?’. Io, in totale trance agonistica, la insulto con appellativi che bastano e avanzano per un paio di querele. Lei, comprensiva, ridacchia. In un certo senso, scopriamo che porta bene e io quindi sfodero una serie infinita e creativa di parolacce che mettono in dubbio la sua (discutibile) moralità. Nel frattempo Del Piero serissimo in versione American History X piazza senza se e senza ma il suo rigore. Segna anche Sagnol, che andando via, si gira e urla cattivo a Barthez: ‘Allez!’ come per dire ‘oh, io il mio l’ho fatto, fai qualcosa anche tu, che cazzo’. Va sul dischetto Grosso. E’ meraviglioso il fatto che Fabiogrosso, fondamentalmente, non sia esistito né prima, né dopo i Mondiali. Non è Pablito Rossi, non è Rivera-Mazzola, non è manco Totò Schillaci, che qualche golletto pure fra Messina, merde e gobbi l’ha fatto. No, è fabiogrosso2006scomparso. Dopo il Mondiale fa la riserva dell’Inter, poi va a Lione, poi finisce esiliato nella Juve di Andoniogonde. Eppure tocca a lui, dopo il rigore preso contro l’Australia, dopo il gol contro la Germania – che bastava e avanza quello per entrare nella Storia – tocca ad un Fabiogrosso decidere un Mondiale. Rincorsa. 58 milioni di persone in questo preciso istante in apnea. Calcia forte. Si sente distintamente il rumore secco della palla che entra nel sette e tocca la rete. Gol. L’Italia è Campione del Mondo.

Bacio Connecticut, che a dispetto dell’indifferenza batte le manine in pieno transfert emozionale, esco ululando per strada e abbraccio chiunque. Lentamente, da qualsiasi direzione, qui nel cuore di questa micro cosmo che per un mese è stata casa mia arrivano tutti. Machine, motorini, camion, persino trattori. Le strade si riempiono, dieci, cento, mille persone si gettano in mare, sono tutti belli, tutti felici e pieni di una gioia semplice che non chiede spiegazioni. La gente canta, ride, si bacia, fa l’amore. Siamo Campioni del Mondo. La notte dello stretto è illuminata a giorno: da Messina si accendono mille fuochi nel cielo. L’Italia intera è in piazza e si sta ubriacando di felicità. Apro le braccia, chiudo gli occhi e respiro a pieni polmoni questa aria. E’ tempo di tornare a Milano, ma Reggio Calabria non mi è mai sembrata così bella come questa notte

Titoli di coda- Un mese dopo, circa. Cortile di un piccolo hotel a Hoi An, Vietnam. Stanze semplici, ma tutte fatte di legno intagliato. Meravigliose. La mia signora è in camera che si sta cambiando. Nella hall una ragazza bionda, carina, parla con il suo fidanzato. E’ francese. Lui se ne va. Rimaniamo noi due. So che prima mi ha sentito parlare in italiano. Mi guarda. “So you are the Champions”. Dice con il suo bell’accento alla Clouseau. Preferisco minimizzare, ma il carico glielo metto lo stesso “This time we’ve been lucky”. Sorrido. Ricambia. E aggiunge. “Well, luck is not enough”.

Hai proprio ragione, brigittebardò. La fortuna non basta.

Lascia un commento

Connect with:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*