Italia-Brasile 1994. L’officina del sig. Baggio

(di Gaia Giordani)

Avevo addosso la maglietta di Italia 90, taglia U. Ero seduta sul tappeto in salotto con in mano una fetta di anguria che mi colava lungo l’avambraccio e mio padre che mi diceva stai lontana dal televisore che ti rovini la vista, vieni a sederti qui.

Dentro la maglietta potevamo starci in due, io e mia sorella, anni 13 e 11. L’avevo trovata nel fustino del detersivo e me l’ero presa io. I primogeniti sono delle teste di cazzo, bisogna dirlo. A mia sorella era toccata la maglietta di cotone bianco con scritto in azzurrino Mexico 86, un Mondiale che c’era stato secoli prima quando andavamo ancora all’asilo. Nel 1994 non si usava ancora la parola vintage, altrimenti mia mamma se la sarebbe giocata per tenere buona mia sorella, che voleva anche lei la mia bella maglietta nuova di Italia 90. Fate a turno!, disse invece mia mamma.

Anni dopo ho scritto un post sul mio blog in onore di quella maglietta:

L’oblò della lavatrice, gira che ti rigira, arrotola quello che pensi mentre lo guardi e poi centrifuga certi ragionamenti che fanno acqua da tutte le parti. Le magliette 98% algodón 2% elastan le lavi millemila volte e restano più o meno della stessa forma. Il colore sbiadisce un po’ ma è normale. Le persone invece se le strapazzi si slisano e va a finire che te le metti per stare in casa e ci dormi dentro finché un bel giorno le strappi e ci fai stracci. La mia preferita è quella di Italia 90. L’ho pescata nel fustino del Bio Presto e le ha viste tutte. Ogni tanto la uso per pulire i vetri poi la lavo e me la metto di nuovo. Una volta è finita in lavatrice con due calzette rosse e ne è uscita rosa. Ma che disperazione nasce da una distrazione niente paura basta rilavarla a freddo col bicarbonato e il limone vedrai che torna bianca come non lo è stata mai impataccata com’è di fango benzina sugo peli di cane e gatto. Ho anche un’altra maglietta più recente luminosa e più fragrante ideale per starsene in giro scalzi a parlar di vecchie streghe nelle chiare sere d’estate se non fosse per quella maledetta etichetta che becca e rovina tutto. Ho provato a tagliarla ma punge lo stesso. Fottiti maglietta nuova, rivoglio quella vecchia. Il mio cervello funziona così, purtroppo.

Nel 1994 si giocava in America, un posto su un altro pianeta. Ci sembrava fighissimo che i nostri giocatori italiani fossero andati fino là. In particolare invidiavo a morte Roberto Baggio, che era di Vicenza. Se è andato in America lui, che è di Vicenza, posso andarci anch’io che sono di Cazzano di Tramigna, in provincia di Verona, mi dicevo. Quando il sabato pomeriggio andavamo a guardare le vetrine a Vicenza, passavamo sempre davanti all’officina del padre di Baggio lungo la statale, faceva il gommista o l’elettrauto (non ricordo). Tutta questa prossimità a un tizio col codino che adesso era in America, davanti a una porta a tirare un rigore, mi elettrizzava. Io e mia sorella abbiamo chiesto ai nostri genitori se ci portavano in America, ma ci hanno spiegato che era troppo lontana. Quell’estate ci hanno portate in Francia. Consideriamo che, dove vivevamo noi, a un centinaio di chilometri dalla prima località balneare (Sottomarina di Chioggia), molti miei compagni di classe delle elementari non avevano mai visto il mare. Eravamo due bambine fortunate.

A un certo punto la partita è finita  zero a zero, così siamo andati ai rigori. Sappiamo tutti come è andata a finire, ma in quel momento non lo sapevamo. Nossignore. Abbiamo messo da parte le nostre fette di anguria. Ci siamo alzati tutti e 4 in piedi (io, mia sorella, mio papa e mia mamma). Per primo tira Baresi e manda il pallone sugli spalti, prima delusione.

Ora tocca al Brasile. Intanto ci alziamo dal divano e facciamo una muraglia davanti al televisore come se quel rigore dovessimo pararlo noi. Pagliuca si tuffa sul pallone e lo devia. Tripudio, abbracci con le mani appiccicose, urla nostre con sottofondo di Bruno Pizzul che esulta.

Arriva Albertini e segna. Uno a zero. Altri abbracci, altre urla. Mio padre deve aver detto una cosa del tipo aspettiamo a cantare vittoria. Mia mamma potrebbe aver detto andiamo a lavarci le mani, conoscendola. Romario, che assomiglia al mio insegnante di Scienze delle medie (ma molto più abbronzato) si mette davanti alla porta, indietreggia di qualche passo e si  lancia sul pallone: palo interno e gol, spiega Pizzul. Uno a uno.

Arriva Evani e spara una cannonata in porta, due a uno per l’Italia. Avanza Branco, del Brasile, tira, gol! Due a due. Uno stillicidio. Assolutamente inutile qualsiasi commento, proclama Pizzul abbacchiato. Da noi volano i vaffanculo, che per l’occasione viene sdoganato: io e mia sorella ci sfoghiamo, paonazze, mulinando le braccia e saltellando per il salotto.

Massaro tira un calcio da signorina al pallone, il portiere ovviamente para il colpo, dagli spalti i brasiliani esultano. Anni dopo imparerò l’espressione “ha dato un pezzo di pane al cane”, che rende bene l’idea del pallone consegnato gentilmente nei guanti del portiere.

È la volta di Dunga, che tira una fucilata in porta, gol!

Arriva il momento di Baggio. Momento di suspence. Tensione, siamo tutti impietriti davanti al televisore. Baggio indietreggia nella lunetta, prende la rincorsa. Muove i primi passi al rallentatore, il tempo si dilata, sembra una moviola in tempo reale. Baggio corre verso il pallone e lo lancia un milione di chilometri al di sopra della porta. Vola un nooo! Ci pieghiamo sulle ginocchia.

Depressi, ci allontaniamo dal televisore. 

Io e mia sorella, deluse, andiamo fuori in giardino a contare le lucciole nella notte magica dell’estate italiana.

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