Italia-Francia 1986. Depressione e agonia

(di Andrea Bentivoglio)

España 82 è il primo Mondiale di calcio che ho seguito in TV, a 9 anni.

Ero talmente eccitato alla vigilia della finale con la Germania da urlare anche nel sonno a Scirea di tornare in difesa. È stato il mondiale dell’infanzia felice, le figurine delle squadre scarse con due giocatori ciascuna, Giuni Russo che imperversava alla radio, la favola del piccolo outsider che alla fine trionfa contro tutti i pronostici, Gentile che strappa la maglietta di Zico, ma come avrebbe potuto essere altrimenti, è sempre il bene che vince, guarda come urla Tardelli, c’è anche Pertini che esulta, Paolo Rossi che segna sempre, Campioni del Mondo!

Hey, era la mia squadra!

Italia 90 fu il primo mondiale vissuto fuori casa con gli amici.

Avevamo una nazionale fortissima, giocavamo in casa, partivamo favoriti, c’era questa atmosfera di ottuso ottimismo degli anni 90 con le sue cazzo di notti magiche e (ancora?) le magliette Best Company. Fu il mondiale delle grandi aspettative tradite, delle prime vacanze all’estero – forse quella biondina ci sta, gli occhi invasati di Schillaci, le serpentine superlative di Baggio, il sogno che sembrava potersi ripetere. E invece no.

Alla fine partono gli amici, tu lavora che ti metti da parte due soldi per l’anno prossimo, il fastidio del tifo freddo del San Paolo, che triste passare luglio in un supermercato mentre gli altri copulano in Costa Azzurra, il goal di Caniggia, il destino è cinico e baro, la lotteria dei rigori, la testa bassa di Donadoni sul dischetto, mi dispiace sei carino ma sono fidanzata. Fu un mondiale talmente metafora dell’adolescenza col suo carico di speranze puntualmente deluse, che quasi mi vergogno a scriverlo.

Eh, era la mia squadra.

In mezzo ci fu Mexico 86, mondiale bellissimo sotto tanti punti di vista: le partite tutte di giorno, il goal del secolo, la mano de Dios. Lo ricordo invece come il mondiale brutto e triste del tifoso italiano, quello della noia, dell’Italia difensivista e depressa, della frustrazione di non essere all’altezza degli avversari, quando il massimo che puoi fare è contenerli e comunque non ti riesce tanto bene nemmeno quello, quando non basta aggrapparsi a un passato recente di vittorie.

Bellissimi gli altri, che avevano Maradona e Platini in stato di grazia.

Noi avevamo Di Gennaro

Brutta la spedizione azzurra che era formata da vecchie glorie a fine carriera e sazie dei trionfi precedenti (Rossi, Scirea, Cabrini, Conti, Tardelli) e da una nuova leva grintosa ma non all’altezza (Galli, De Napoli, Galderisi).

Brutte le premesse, visto che due anni prima avevamo già miseramente mancato la qualificazione agli europei.

Brutta la nostra qualificazione nel girone pur senza sconfitte: due pareggi con Bulgaria e Argentina, di cui uno su rigore, una vittoria di misura con la Corea,  grazie anche a un’autorete.

Brutto che per noi segnasse solo Altobelli, giocatore sommamente antiestetico con la faccia più triste della storia del calcio, con l’aggravante di quell’insulso accento ciociaro (che per fare specie a un marchigiano…) e degli orrendi pantaloncini cortissimi che si usavano allora.

Poi dovemmo incontrare la fortissima Francia di Michel Platini agli ottavi di finale. Bearzot, padre della patria dopo España 82, buttò in campo Beppe Baresi con il disperato compito di fermare Michel Platini, anche a mazzate se necessario. L’Italia schierava altri due centrocampisti difensivi dai piedi non proprio finissimi, Bagni e De Napoli. In panchina, pronti a collezionare caviglie, c’erano anche il reduce Tardelli e Ancelotti. Unico centrocampista portato all’invenzione, il 31enne Bruno Conti. La creatività era stata messa da parte. Piuttosto che delegarla a Di Gennaro, giova ricordarlo.

Dopo 14 minuti Le Roi ci spiegò che quella di farlo marcare da Baresi non era stata una buona idea. Lo fece, dopo aver largamente imperversato con lanci meravigliosi, infilandoci con un maligno colpo sotto di una morbidezza, eleganza e strafottenza che solo un francese – per di più juventino. Galli e Cabrini beffati, 1-0. La nostra reazione fu fiacca e inefficace, loro presero pure una traversa con Fernàndez. Troppo superiori in tutto.

Al 57esimo Stopyra chiuse la partita, dopo aver irriso insieme a Tigana e Rocheteau la nostra celebrata difesa catenacciara. L’Italietta ex-detentrice del titolo tornò a casa a testa bassa. Tifarla mi aveva fatto venire il voltastomaco, una sensazione che avrei di nuovo assaporato grazie a Trapattoni nel mondiale 2002 e Lippi in quello del 2010.

Cazzo se era la mia squadra!

Non poteva essere questa la mia nazionale dopo i trionfi dell’82, non poteva essere questo schifo che ero costretto a tifare per amor di patria, mentre nello stesso torneo restavamo a bocca aperta davanti ai numeri delle altre squadre. Una vita da mediano passi, ma da tre mediani e senza uno straccio di fantasista sarebbe stato troppo anche per la logora epica di Ligabue. Ricordo che feci una spietata analisi della sconfitta, cosa che magari mi sarebbe potuta tornare molto utile in seguito in amore, politica e tutto il resto.

Sbagliavo.

Alla fine ricordo però che all’eliminazione con la Francia seguì quasi un senso di sollievo. Tipo quando ti muore un parente lontano che ha smesso di soffrire dopo lunga agonia. Adesso potevo godermi senza patemi d’animo il fantastico mondiale di Diego, Michel e di tutti gli altri, altro che mediani dai piedi storti.

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