Vincere. E abbiamo vinto

Soccer - World Cup France 1938

In politica estera, gli slogan bellicosi non ci hanno mai portato grossa fortuna. Eppure, finché il concetto è rimasto applicato solo al calcio, ci siamo tolti le nostre belle soddisfazioni. Altroché: campioni del mondo, due volte, in anni bui per l’Italia e non solo, in cui anche i Mondiali non venivano ancora presi così tanto sul serio come ora. Offeso per la valanga di due di picche ricevuta quattro anni prima, l’Uruguay detentore non sbarca in continente, rendendo vacante il titolo mondiale. Brasile e Argentina spediscono due selezioni di fatto dilettantistiche per non scomodare le stelle impegnate nei campionati locali, molto più danarosi e competitivi di quelli attuali; si limiteranno a semplice atto di presenza. L’Italia non è certo la squadra più forte: è sicuramente inferiore all’Austria, alla Spagna e forse anche alla Cecoslovacchia; ma le batterà tutte e tre, grazie al combinato disposto tra la cazzimma infusa ai giocatori da Vittorio Pozzo (tattico mediocre, ma grandissimo motivatore) e un robusto fattore ambientale che si traduce in arbitri compiacenti, disposti a chiudere un occhio e mezzo sulle ruvidità italiane.

Il Comunale di Torino (all'epoca stadio Mussolini), costruito apposta per i Mondiali 1934.

Il Comunale di Torino (all’epoca stadio Mussolini), costruito apposta per i Mondiali 1934.

Il nostro Ducione (Gianni Brera dixit), come tutti i dittatori di mezza tacca molto più attento agli aspetti coreografici che a quelli pratici, ha organizzato un Mondiale in grande stile, costruendo stadi nuovi a Roma, Firenze, Torino, Trieste, con l’ausilio di grandi architetti organici al regime. Mussolini non sa un’acca di calcio e pretende di capirne, con la sua corte che glielo fa misericordiosamente credere: si presenta in tribuna d’onore il giorno della finale e non si spiega chi sia il tizio vestito di nero a centrocampo. Eppure gli arbitri eseguono piuttosto fedelmente le direttive provenienti dall’alto. Dopo il festoso 7-1 allentato agli Stati Uniti in esordio, l’Italia incontra nei quarti la fortissima Spagna del mitico Ricardo Zamora, leggendario portiere prima dell’Espanyol e poi del Madrid (non ancora Real), cui è tuttora intitolato il premio che ogni stagione va al portiere meno battuto della Liga. A riprova della non eccellente considerazione di cui godiamo nel mondo, dice un detto spagnolo dell’epoca: “Ogni bambino italiano che nasce gli mettono un dito nel culo: se non piange è frocio, altrimenti diventerà un tenore”. A ulteriore riprova, il nostro uomo più gagliardo in campo è in realtà un argentino, e che argentino! Luis Monti, titolare con l’Albiceleste nella finale mondiale nel 1930, nel frattempo scippato con disinvoltura dal calcio europeo. Lo chiamano el carnicero, il macellaio, e il soprannome è significativo: il suo compito principale è levare di mezzo in qualunque modo l’avversario più pericoloso, nella generale compiacenza della classe arbitrale; al suo confronto, Chiellini è la suorina di The Voice. Uomo di leggendaria tirchieria, a ogni viaggio all’estero ha l’abitudine di rubare coppe e bicchieri dalle vetrine dei negozi. Gara-1 contro gli spagnoli, a Firenze, è niente più che una mattanza, in cui ci lasciano le penne il formidabile centravanti iberico Langara e un altro pezzo grosso come Iraragorri dell’Athletic Bilbao. Ah, e naturalmente Zamora, regolarmente caricato dai nostri attaccanti ad ogni mischia. Finisce 1-1 e un regolamento bestiale impone la ripetizione per il giorno successivo, quando gli spagnoli si presentano decimati e privi finanche di Zamora, che per tutto il corso della sua vita non motiverà mai a fondo quel forfait, nascondendosi dietro la causa ufficiale: infortunio. Vinciamo 1-0 e approdiamo in semifinale.

Intendiamoci, non siamo soltanto una nazionale di picchiatori: il tasso tecnico è elevatissimo specialmente in attacco, dove Anzlèn (Angelino) Schiavio e Pepìn Meazza formano una coppia di eleganza impareggiabile. Lo stesso Monti, al netto della sua ruvidità, è un fior di centromediano metodista, forse il migliore di sempre. Segue piccola digressione sull’esatta definizione del ruolo di centromediano metodista, che oggi è quasi diventata un’espressione ridicola per prendere in giro il calcio anni ’30: il centromediano era più o meno il regista attuale, il Pirlo o il Verratti della situazione, il fulcro di quel sistema di gioco chiamato Metodo, che aveva nel dottor Hugo Meisl il suo massimo ideologo.

sindelarIl dottor Meisl è appunto il ct della meravigliosa Austria che ci aspetta in semifinale, il Wunderteam. Senza perder troppo tempo a elencare nomi e cognomi ormai impolverati dal tempo, basta citarne uno, Matthias Sindelar, che ha fior di soprannomi: “il Mozart del calcio” o il più suggestivo, Der Papierene, la carta velina. Giocatore rapsodico, lieve e delizioso, riesce a sottrarsi regolarmente agli attentati del macellaio Monti. Ma anche noi giochiamo una gran partita, esaltandoci per la gran folla di San Siro e anche per la pioggia incessante che trasforma il prato in palude. Del gol decisivo, firmato da Enrique Guaita al minuto 19, si continua tuttora a parlare, perché in assenza di filmati chiari e moviole in campo ci si deve attaccare ai fotogrammi per capire se c’è o no carica al portiere Platzer. Gli austriaci si arrabbieranno molto anche per i due gol annullati dall’arbitro svedese Eklind, ma a distanza di quasi cent’anni la nebbia non si è ancora diradata. L’unico testimone dell’epoca, tutt’altro che imparziale, si chiama Nicolò Carosio, un azzimato palermitano che ha proposto con successo all’EIAR le radiocronache degli eventi sportivi, sul modello di quanto accade in Inghilterra. Con un microfono davanti, approfittando anche del fatto che non ci sono immagini ad accertare le sue cronache, Carosio si prende amplissime libertà di parola e di pensiero, inventandosi azioni e prodezze e annaffiando il tutto con una robusta e trascinante retorica di regime. Ma non è una camicia nera (in pochi lo erano davvero), almeno non in maniera manifesta: una volta, in risposta a uno zelantissimo comunicato del Ministero sul linguaggio da tenere durante le radiocronache, scrive: “Sapreste dirmi a quale minuto e con quale giocatore segnerà l’Italia fascista?”.

Il buon Vittorio Pozzo portato in trionfo alla fine di Italia-Cecoslovacchia

Il buon Vittorio Pozzo portato in trionfo alla fine di Italia-Cecoslovacchia

Pur non mancando mai di rivolgere il deferente saluto romano alla tribuna autorità (un rito a cui, peraltro, si sottopongono anche arbitri e altri ufficiali), gli azzurri di Pozzo sono dei bonaccioni senza grosse pretese. La necessità più impellente viene manifestata al ct da uno delle guide spirituali del gruppo: Attilio Ferraris (per gli almanacchi Ferraris IV), romanaccio del Borgo, donnaiolo impenitente, amante del gioco e delle scommesse, frase storica: “Se avessi ancora i soldi persi a poker, ai cavalli e ai cani, ma sai quanti me ne giocherei ancora?”. La sua vicenda è strepitosa: fuori rosa alla Roma, ridotto in fin di carriera per le sue sregolatezze, viene letteralmente ripescato da Pozzo in una sala biliardo in cui il ct gli si para dinanzi e lo trova con stecca in mano e sigaretta in bocca. Tirato a lucido per il Mondiale, sottoposto a micidiali allenamenti pre-torneo in Piemonte senza battere ciglio, un giorno “Tilio” si fa portavoce delle istanze del gruppo: “Signor Pozzo, volemo scopà” (ok, non gli avrà detto esattamente così, ma sappiate che non è che gli azzurri del 1934 parlassero in modo particolarmente forbito – voglio dire, certamente non meglio di ora). Pozzo, fine psicologo, acconsente e li lascia liberi di fare baldoria in un bordello che, secondo le puntuali cronache breriane, si chiama Pensione Azzurra: scelta accolta con particolare entusiasmo da Peppino Meazza, visti anche i prezzi accessibili (“tariffa de lusso, des francs!”). Un altro degli azzurri più caciaroni è il terzo portiere Guido Masetti, cui – come succede spesso ai terzi portieri – tocca la parte del guitto, per divertire compagni e altri ospiti. Prima di Italia-Spagna, alla presenza anche di parecchi giornalisti, indossa un turbante, si dipinge le unghie, si concia come Salomè e si esibisce nel numero della danza dei sette veli.

La celebre stretta di mano tra Combi e Planicka prima della finale; due capitani portieri in finale non si vedranno più

La celebre stretta di mano tra Combi e Planicka prima della finale.

Il coraggio, la fortuna e la benevolenza del signor Eklind, confermato anche per la finale, ci portano perciò fino alla Coppa Rimet, battendo in finale 2-1 la fortissima Cecoslovacchia dalla maglia tutta rossa e la grande aquila sul petto, con il grande portiere Planicka e il capocannoniere Nejedly, maestro di opportunismo il cui gol tipico è il tap-in sulla respinta del portiere. Monti fa il suo azzoppando il prima possibile Svoboda, cervello degli avversari. Andiamo sotto a venti minuti dalla fine, pareggiamo con Raimundo Orsi detto “Mumo” che segna un gol clamoroso, con una botta al volo di destro da fuori sotto l’incrocio. Avete presente il gol di Zidane al Bayer Leverkusen nella finale di Champions 2002? Quello. La Cecoslovacchia colpisce tre pali e poi si arrende al solito Angelino Schiavio, dopo cinque minuti del primo supplementare. L’Italia Fascista è campione del mondo. Hugo Meisl medita la sua rivincita, ma qualcuno arriverà prima di lui: innanzitutto il suo cuore ballerino, che cederà di schianto nel febbraio del 1937, portandosi via il suo genio e la sua creatura irripetibile. E poi il signor Hitler, l’amico del Ducione, che cancellerà con un tratto di penna il grandissimo Wunderteam annettendo l’Austria al suo cavolo di Reich. Molti austriaci ingoiano il rospo di prendere felicemente parte il 3 aprile del 1938, al Prater di Vienna, a un Germania-Austria che sta a significare la fine della Nazionale austriaca, prossima alla cancellazione. Non Sindelar: segna e va a esultare in faccia agli alti papaveri in tribuna, rifiutandosi poi di stendere il braccino per salutarli a fine partita. Viene trovato morto in casa sua il 23 gennaio 1939 assieme alla fidanzata Camilla, una ragazza di Milano, conosciuta in un ospedale dov’era stato portato dopo un infortunio durante Italia-Austria 1934. Tutto insabbiato, via via, avvelenamento da monossido di carbonio, un caminetto difettoso. In questi casi si dovrebbe parlare di “circostanze misteriose”, ma vedete voi che di misterioso, in questo caso, c’è ben poco.

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