Mani for nothing

barbosa50Moacir Barbosa (1950). Eccolo l’orco, il mostro, il reietto. In realtà fu eletto miglior portiere di quel torneo, ma le due esitazioni fatali contro Schiaffino e soprattutto Ghiggia gli costarono la dannazione eterna. “In Brasile il massimo della pena è trent’anni, ma la mia è durata cinquanta“. Morì il 7 aprile 2000, senza nessun compagno presente al funerale, e ormai su di lui non c’è molto altro da aggiungere, se non che con lui il Paese del futbol si comportò con reiterata e inaudita cattiveria, di sicuro non estranea al più bieco razzismo. La gente lo riconosce nei supermercati e lo indica ai figli: guardalo, quello lì è Barbosa, quello che ci ha fatto perdere il Mondiale. Per mezzo secolo, fino a Dida, il Brasile non schierò più un portiere nero.

castilho54Carlos José Castilho (1954). In Brasile non dev’esserci la fila per diventare eredi di Barbosa, se è vero che nel Mondiale successivo il titolare è questo portiere dichiaramente daltonico, che soffre specialmente nelle partite in notturna perché non riesce a distinguere il colore bianco del pallone. Soprannominato Leiteria (letteralmente “latteria”, termine che all’epoca in Brasile identificava un uomo particolarmente fortunato) dalle tifoserie avversarie a causa dei tanti pali che lo salvavano quand’era battuto, è apprezzato soprattutto dai tifosi del Fluminense, la sua squadra storica. La fine è triste: il 2 febbraio 1987, mentre si trova a far visita a casa dell’ex moglie, attraversa improvvisamente la stanza di corsa e si butta dal balcone. Ha 59 anni e conferma una triste verità collegata al ruolo del portiere: essere particolarmente sensibili alla depressione.

gilmar58Gilmar dos Santos Neves (1958, 1962, 1966). “In porta ci giocano i matti o i froci”. Il simpatico luogo comune fu demolito dal più grande numero 1 della storia del Brasile, Gilmar dos Santos Neves. Tecnico e un filo teatrale, attento alla propria immagine negli anni degli albori della tv: fu il primo portiere a indossare i calzoncini corti, perché riteneva che i lunghi limitassero i suoi movimenti molto eleganti. Ma aveva anche il carisma naturale del leader e non perdeva mai la calma, in uno spogliatoio in cui i bollenti spiriti erano la prassi: nei minuti precedenti alla finale 1958 contro la Svezia, non trovando una maglia nera con il suo numero 13 sulle spalle, ne indossò una con il 3. Tra i compagni si scatenò il panico: “Gilmar, devi giocare con la 13 come hai sempre fatto, altrimenti perderemo!“. E lui, con tutta calma, ritagliò un 1 da un’altra maglia e se lo cucì sulla schiena. Non è un caso che a fine partita fosse sua, la spalla su cui il 18enne Pelé si lasciò andare a un pianto dirotto e liberatorio.
Nel 1962, venuto meno anche Pelé, fu ancora più leader, ancora più decisivo. In Spagna ricordano ancora con disdoro e sconcerto la parata miracolosa su un tiro di Martí Vergés, un prodigio di reattività compiuto un istante dopo un’uscita alta di pugno che l’aveva fatto finire in terra. Un gol che avrebbe mandato ai quarti la Spagna dell’oriundo Puskas proprio a spese della Seleçao, poi bi-campeao. Cosa che fa di Gilmar l’unico portiere della storia ad aver vinto due Mondiali da titolare.

Soccer - World Cup England 1966 - Mexico Training - Wembley StadiumHailton Correa de Arruda, detto Manga (1966). Sostituisce Gilmar nell’ultima gara di girone 1966, persa 3-1 contro il Portogallo: il grande Brasile capitola clamorosamente al primo turno. Lo si vede smanacciare indecorosamente in occasione del primo gol, e anche negli altri due non fa esattamente la figura del baluardo.

Felix Mieli Venerando (1970). Portiere men che mediocre, probabilmente burattino di Zagallo che nel 1970 ne impone a 32 anni la titolarità ai Mondiali del Messico ai danni del felix70rampante Leao. Il suo torneo è costellato di papere: ha responsabilità su almeno sei dei sette gol subiti dal Brasile, come i due dalla Romania, i due dal Perù o la scampagnata a casaccio di cui beneficia Boninsegna, per il gol dell’effimero 1-1 italiano in finale. Scarso in ogni fondamentale, in uscita come tra i pali, è il vero mistero di quella squadra formidabile che alligna cinque numeri 10 tutti in campo appassionatamente e contemporaneamente. Era pochissimo stimato anche dai suoi colleghi: “E’ senza dubbio il peggior portiere ad aver vinto un Mondiale“, dirà Bob Wilson, ex portiere dell’Arsenal e della Nazionale scozzese, “è nato con la camicia, a giocare in una squadra che, se becchi tre gol, ha talento a sufficienza per farne quattro“. Di buono aveva un carattere gioviale, adatto per fare da chioccia ai compagni più giovani.

emersonpubblicitaEmerson Leao (1974, 1978). Portiere dalla carriera ventennale, come abbiamo visto riserva nel 1970 (a vent’anni) e nel 1986 (a 36), fu titolare nei due grigi Brasili anni ’70; il primo (1974) spazzato via brutalmente dall’Olanda di Cruijff, il secondo (1978) dalla vergognosa marmelada peruana che sospinse in finale l’Argentina di Menotti, edizione in cui fu addirittura capitano (primo portiere verdeoro a ricevere quest’onore) di un Brasile più solido e quadrato della media. Grandi riflessi, maestro del piazzamento, fece scuola anche per una certa capacità di attirare l’attenzione fuori dal campo, di “sfruttare il marchio”: famosa una sua discussa pubblicità per una ditta di abbigliamento intimo. Mediocre allenatore, è ricordato anche per una tragica esperienza di sette mesi alla guida della Nazionale (novembre 2000-giugno 2001), in cui il Brasile rischiò addirittura di non qualificarsi ai Mondiali: un recente sondaggio l’ha eletto peggior ct della storia della Seleçao.

valdir82Valdir Peres (1982). Forse il peggiore di tutti, anche se visse quantomeno una serata di gloria, nel 1981 a Stoccarda: amichevole Germania-Brasile, rigore per i crucchi, tira Breitner e lui respinge; l’arbitro ordina la ripetizione, ritira Breitner e lui respinge ancora. Ma di lui Paolo Rossi ebbe a dire: “Sarebbe anche un buon portiere, peccato che non abbia le mani“. Galleria degli orrori limitata, ma incancellabile: la paperaccia omerica con cui si fa sfuggire l’innocuo destro da 30 metri di Andrij Bal, nel match d’esordio contro l’URSS. E poi il pomeriggio del Sarrià, quando Paolo Rossi lo perforò tre volte, approfittando anche della sua reattività da orso Yoghi e della scarsissima padronanza delle situazioni in area di rigore. Fu la sua ultima partita in Nazionale; costernati dalla sconfitta, i brasiliani non vollero più saperne neanche di lui.

carlos86Carlos Roberto Gallo (1986). Il più sfortunato, in linea con le prestazioni della bella e cicalesca Seleçao di Telé Santana che mancò il titolo in Messico. Dopo non aver subito alcun gol nelle prime quattro partite, la sua parabola si riassume nei 120 minuti del quarto di finale contro la Francia. Rischia grosso al 118′, quando abbatte Bellone lanciato a rete. Per le regole di oggi sarebbe espulsione (e il Brasile ha finito i cambi), ma l’arbitro Igna non fischia neanche la punizione. Ma la sorte pretende un conto salatissimo: sul 2-2 il rigore dello stesso Bellone sbatte contro il palo e rimbalza sulla schiena di Carlos proteso in tuffo e finisce in rete. Igna concede il gol, la Francia va in semifinale e il Brasile s’infuria, annunciando un ricorso che non arriverà mai. Del resto il regolamento FIFA non prevede una casistica del genere: in questi casi si è sempre proceduto per convenzione non convalidando questo tipo di rigori, ma la decisione di Igna – non essendoci una norma precisa – è formalmente ineccepibile. Così, Carlos se ne torna amaramente a casa, con il poco consolatorio record di portiere meno battuto nella storia mondiale del Brasile.

 

taffarel94Claudio André Taffarel (1990, 1994, 1998). Benvenuti nell’era moderna. Atleta di Cristo, primo portiere brasiliano a sbarcare nel mondo dorato (allora) della serie A, è anche il primo a parare un rigore al Van Basten rossonero dopo 16 tentativi andati a segno. Il suo pezzo forte sono proprio gli undici metri, mentre i detrattori ne evidenziano i gravi limiti in uscita (anche ai Mondiali, vedasi il gol preso da Salas nel 1998). E’ il primo portiere brasiliano per presenze mondiali (18 in tre edizioni), con due grandi glory days: il rigore di Massaro respinto nella finale 1994, la prima risolta dai tiri dal dischetto, e i due balzi felini a neutralizzare prima Cocu e poi Ronald De Boer nella semifinale 1998 contro l’Olanda. Nell’epoca del calcio-fast food, videoclippato, masticato e riprodotto ad highlights, per un portiere farsi notare non è mai una cattiva idea.

marcos2002Marcos Roberto Silveira Reis (2002). Come spesso avviene, il portiere più silenzioso è anche quello più efficace. Essenziale, poco incline ai numeri da saltimbanco, colonna del Palmeiras con cui ha giocato dalla prima all’ultima partita della carriera, “São Marcos” vince la concorrenza di Dida e Rogerio Ceni e disputa un mondiale sensazionale, concluso non casualmente con 7 vittorie su 7 partite e un pugno di parate decisive come quelle contro il Belgio agli ottavi, contro il turco Alpay in semifinale e su Bierhoff in finale. Restio a trasferirsi in Europa dopo il suo splendido mese nippo-coreano, rimarrà una leggenda in patria ma uscirà presto dalla memoria degli appassionati europei. Molto male, perché è stato davvero un gran portiere.

dida2006Nelson Dida (2006). La carriera di Bagheera la Pantera, come da immortale definizione di Carlo Pellegatti, ha un prima e un dopo: il quarto di finale di Champions 2005 contro l’Inter, quando viene centrato su una spalla da un petardo lanciato dalla Nord. Fino ad allora portiere straordinario, di riflessi addirittura sovrannaturali, splendido tra i pali come sui rigori, Dida diventa di colpo un brocco da competizione, capace di sciagurate prodezze come quella, memorabile, su tiro di Gasbarroni in un Milan-Samp del febbraio 2006. Purtroppo per lui, il suo Brasile appartiene già all’era post-petardone, e oltretutto ha una fase difensiva raccapricciante, con i logori Cafu e Roberto Carlos ormai incapaci di qualsiasi copertura. Dopo un paio di svarioni da brividi nella fase a gironi, Dida incassa con più di una responsabilità il gol di Henry che rimanda a casa ai quarti una Seleçao che doveva spaccare il mondo.

jc2010Julio Cesar (2010). Eroe del triplete, bagnato dall’aura dell’invincibilità per almeno due stagioni (dal 2007 al 2009), è in realtà portiere dai precisi limiti evidenti già all’Inter, in particolare sui tiri da fuori e sulle punizioni. E’ in una circostanza del genere che capitola in Sudafrica, nel tragico pomeriggio di Port Elizabeth in cui la Seleçao si arrende alla resistibilissima Olanda. Sullo 0-1 (gol di Robinho!) innocuo spiovente di Sneijder a centro area e tamponamento Julio Cesar-Felipe Melo, con palla che ballonzola in rete. E’ l’inizio della fine, ma lo ritroveremo al suo posto già domani sera. Si tratta forse dell’impresa più difficile riservata a un numero 1: difendere la porta del Brasile nell’aria che conserva ancora i respiri e le lacrime di Barbosa. Sangue freddo, e nervi a posto.

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