La battaglia d’Inghilterra

La cronaca può essere sbrigativa.
Nel novembre 1934 l’Inghilterra ospita l’Italia a Londra, nello stadio di Highbury per un’amichevole.
E vince 3-2.

…Qualche dettaglio in più:

– c’è un tempaccio schifo;
– al primo minuto, il portiere Ceresoli para un rigore di Brook; 
– al terzo minuto, l’italo-argentino Luisito Monti, detto doble ancho (l’armadio a due ante), giocatore durissimo, subisce forse per “legittima difesa preventiva” un’entrataccia da Drake e si frattura l’alluce. Resta in campo fino all’intervallo: il regolamento all’epoca non contempla ciò che noi chiamiamo “sostituzioni”;
– tra l’8° e il 15° minuto, l’Inghilterra segna tre gol, due di Brook e uno di Drake;
– dopo l’intervallo, con l’Italia in 10 per l’uscita di Monti, Meazza segna due gol e prende una traversa;
– nei secondi 45 minuti, il tempo peggiora.

A fine partita, l’allenatore inglese commenta: “Il mio spogliatoio sembrava un ospedale. Drake aveva il volto tumefatto e una gamba sanguinolenta, Brook un braccio rotto, Hapgood, il naso rotto, Bowden una caviglia gonfia come un melone. Non è stata una partita, ma una battaglia”.

Un passo indietro. La partita era stata fortemente voluta da Mussolini. Gli inglesi – quegli snob – avevano snobbato i Mondiali del 1930 e del 1934, e l’incontro tra gli inventori del calcio e gli azzurri freschi campioni del mondo avrebbe chiarito chi era più forte. Prima della partita, il Duce promise un’Alfa Romeo a ciascun giocatore in caso di successo; il giorno fatidico, si trovava a Berna, costantemente aggiornato sull’esito della pugna. In parecchie città le piazze furono dotate di altoparlanti che diffondessero la radiocronaca di Nicolò Carosio. Ok, fine del passo indietro.

Stanley Matthews, 19 enne destinato a diventare un mito del calcio britannico, la definì “la partita più violenta della mia carriera”. I club britannici (come quelli italiani sessant’anni dopo) chiesero indennizzi per eventuali esibizioni che mettessero a rischio la salute dei loro costosi giocatori. I giornali suggerirono di interrompere gli incontri tra nazionali, perché evidentemente non portavano a “migliori relazioni tra i popoli”…

Di tutt’altro tono la reazione in Italia. Quello che segue fu il titolo (lungo quasi quanto un articolo) della Gazzetta dello Sport.

PRIVI DI MONTI FIN DAI PRIMISSIMI MINUTI E TRAVOLTI ALL’INIZIO DEL GIOCO VEEMENTE E VERTIGINOSO DEGLI INGLESI, GLI AZZURRI DEL DUCE ATTACCANO LA RIPRESA A GRANDE ANDATURA, SPIEGANO LE INSUPERABILI VIRTU’ DELLA LORO INTELLIGENZA E DEL LORO STILE E CHIUDONO LA PARTITA CON UN PUNTEGGIO BRILLANTE ED UN ARDORE MERAVIGLIOSO

Sottotitolo: La vittoria della squadra inglese è una vittoria di Pirro.

(cicca, cicca)

Con toni sobrissimi, Bruno Roghi scrisse: “Entra in campo un fiotto di luce accecante. E’ entrato il demone dell’intelligenza latina. Il gioco degli italiani respira, esplora il terreno, trova scatti elastici, idee limpide, geometrie vertiginose (…) La squadra italiana, rappresentante splendida del Fascismo, ha detto con parole lucenti, che il gioco del calcio è prima di tutto un’arte”.

Beh, era già un’arte anche il giornalismo sportivo – come le radiocronache! Il match era stato descritto con toni epici da Nicolò Carosio, che assicurò che gli italiani erano stati dei leoni, e così sarebbero stati ricordati: “I leoni di Highbury” (mentre nella storia del calcio inglese, è archiviata come “The battle of Highbury”). Al ritorno, anche il radiocronista fu accolto come un eroe. Apparentemente Carosio, nato a Palermo da madre inglese, odiava la Perfida Albione e confessò che il suo desiderio più grande era vedere di persona l’Italia battere l’Inghilterra (in mancanza, nel 1966 nel raccontare Germania-Inghilterra avrebbe tifato smaccatamente per i primi). Gianni Brera ha scritto: “L’incontro di Highbury viene ricordato da tutti gli italiani in termini di retorica delirante. Qualcuno che è stato là mi racconta di aver visto tutto fuorché calcio da parte italiana, calcioni, spintoni, cravatte, sputi in faccia (da parte di Serantoni ma la nebbia fluttuante ha impedito al mio interlocutore di controllare i gesti di Allemandi e Ferraris IV). Racconto queste cose per non entrare nel novero dei piaggiatori: ammetto però di essermi esaltato a mia volta nell’ascoltare Carosio”.

Divertente invece il contrasto tra il patriottismo militaresco del c.t. Vittorio Pozzo, che nell’intervallo cercò di ispirare i suoi evocando il sacrificio degli alpini sull’ Isonzo, e la ricerca di un’ispirazione più casereccia e terra-terra inseguita da Ferraris IV, in mezzo agli altri azzurri che gli rispondevano in coro: “Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste, chi si estranea dalla lotta è un gran fijo de mignotta”.

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