Italia-Germania 1978. La partita che lasciò il segno

(di Gianni Resta)

Buenos Aires, 14 Giugno 1978, ore locali 13.45 circa, allo stadio Monumental si gioca la seconda fase del girone eliminatorio del campionato del mondo di calcio. 60.000 spettatori infreddoliti dal clima invernale attendendo sotto una pioggia fitta il calcio d’inizio tra l’Italia e i campioni in carica della Germania dell’Ovest. Io sto assistendo a tutto questo specchiandomi in quella roba che chiamano televisore, ho quattro anni e tra poco smetterò di essere figlio unico perché a quanto pare mio fratello si è messo in testa di nascere a giorni.

Abito in via Marghera a Milano in una casa abitata da mezzi hippy e personaggi strani, non per questo necessariamente divertenti. Sul muro della cucina, mio zio Francesco ha dipinto un gruppo di enormi lumache rosa che viaggiano strisciando tra le dune del deserto; fare colazione ogni mattina con quell’immagine davanti agli occhi è un’esperienza che ti proietta fuori dal corpo.

Un’altra cosa strana è che a casa mia non ci sono interruttori, mio padre ha costruito al loro posto una serie di colonnine rosse con in cima dei piccoli citofoni rettangolari a sei tasti, dai quali è possibile accendere e spegnere tutte le luci della casa.

Lo stereo in sala è collegato a un mini proiettore artigianale che riproduce e alterna al ritmo della musica un gruppo di macchie psichedeliche sul muro. Quando sarò un adolescente e i miei amici verranno a farmi visita probabilmente crederanno di trovarsi in una piccola astronave disegnata da Douglas Adams.

In questo momento però, dicevo, mi trovo in sala sdraiato tra i cuscini del divano per seguire la partita, attorno a me ci sono i miei genitori e un amico della combriccola di sballati che mio padre frequenta abitualmente dopo cena, in una piazzetta lì vicino. Massimino, con i suoi lunghi capelli lisci, corvini e profilo da sioux addormentato, è seduto sul tappeto persiano con l’ennesima birra in mano mentre tra le gambe incrociate stringe il mio pallone di spugna gialla. Alle nostre spalle, appesa alla parete, capeggia una grande pelliccia di mucca pezzata bianca e nera che mio padre, per due soldi, ha comprato alla fiera di Sinigallia. Tra il pelo ispido della cotenna sono stati agganciati un arco africano con federa e frecce e un enorme guscio di tartaruga marina dal color verde smeraldo. Sono circa le sette di sera, la finestra è spalancata, la mia città è silenziosa e calda mentre in Argentina si scatena il diluvio.

Parte l’inno tedesco, i volti concentrati non lasciano trapelare emozioni, sono dei colossi e tra di loro c’è un ragazzo molto interessante, il giovane attaccante con il numero 11: Karl-Heinz Rummenigge. Ecco, ora tocca all’Italia, la carrellata della regia inquadra uno ad uno i nostri eroi stretti nelle lampo delle tute azzurre; sotto l’incessante acquazzone che non sembra voler concedere tregua sfilano nell’ordine Causio, Cabrini, Tardelli, Scirea, Antognoni, Rossi, Bellugi, Bettega, Gentile, Benetti e il nostro capitano in maglia grigia, Dino Zoff. Allena il grande Enzo Bearzot. Salgono le note dell’inno di Mameli e anche Massimino, cantando a modo suo si alza in piedi.. è evidentemente già ubriaco ma facciamo tutti finta di nulla.

Il signor Maksimovic soffia energicamente nel fischietto, la partita comincia, battono i tedeschi che partono subito forte e nel giro di pochi secondi ottengono un calcio d’angolo che ci mette immediatamente sotto pressione. La palla infatti sorvola tutta la nostra difesa e finisce sulla testa di Klaus Fischer che con prontezza colpisce e spedisce a pochi centimetri sopra il sette. Man mano che il tempo passa la pioggia su Buenos Aires sembra affievolirsi e tra continui batti e ribatti, giungiamo al momento chiave.

I giocatori della Germania perdono ingenuamente un pallone a centrocampo, Roberto Bettega s’impossessa del gioco e avvia così un’azione rapida e spettacolare. Alza per un attimo lo sguardo, accarezza la palla con l’interno del piede e con estrema precisione effettua un passaggio che sibila a pelo d’erba in direzione di Paolo Rossi il quale intercetta abilmente e a sua volta, con un colpo di tacco di prima intenzione, in uno spietato uno-due che gli permette di saltare una buona fetta del centrocampo, restituisce nuovamente la sfera al suo compagno di squadra ripetendo in pratica la stessa identica trama, lo stesso schema che ci aveva permesso quattro giorni fa di segnare contro l’Argentina battendola in casa sua, proprio in questo stadio.

Il numero 18 che Bettega porta cucito sulle spalle della maglia azzurra è da qui in poi l’immagine svolazzante dell’atleta che affronta la difesa teutonica involandosi spavaldo verso l’area avversaria, non importa in quale squadra giochi durante il resto dell’anno, deve segnare oggi, adesso, per tutti noi.

Si fanno sotto in scivolata due rocciosi difensori, uno da destra e l’altro da sinistra contemporaneamente si lanciano sulle gambe del nostro bomber che comunque non si lascia cogliere impreparato e con un solo salto, li scavalca entrambi.

La sfera rimane incollata al piede mentre atterra di fronte a Sepp Maier, il furbissimo portiere tedesco, che probabilmente col tentativo di confonderci e ingannarci, ha deciso di indossare anche lui una casacca azzurra.

Ma Roberto non lo freghi facilmente, no, lui ne ha viste di cose in questo ambiente e con l’esperienza che ha non può certo farsi abbindolare da uno stratagemma del genere.. Infatti con un agile passo felpato si sposta sulla destra e scarta anche l’ultimo uomo.

In quel frammento di secondo, tutti quanti: Bettega, Maier, la gente allo stadio, io, mio padre, mia madre, mio fratello nella pancia di mia madre, Massimino e l’intera Italia calcistica realizziamo che la porta, è sguarnita.

L’attaccante azzurro lascia partire un siluro che noi tutti in quella stanza viviamo al rallentatore.

Il pallone si allontana dallo scarpino trasformandosi in una scia ovale luminosa che vola in direzione della porta, Massimino per la prima volta posa la bottiglia e comincia a stringere nervosamente la palla di spugna tra le mani sudate. 

È questione di centimetri eppure sembrano chilometri, il fiato è intrappolato nella gola e il tempo sembra congelato in un istante infinito finché l’attesa viene bruscamente interrotta dal capitano della Germania, Berti Vogts, che teletrasportandosi come in una puntata di Star Trek, appare dal nulla respingendo di tacco a pochi fili d’erba dalla linea di porta.

Massimino inveisce a suo modo e con violenza calcia in direzione del soffitto la palla di spugna che rimbalza contro il guscio di tartaruga marina il quale si sgancia dal gancio fissato alla pelle di mucca pezzata e piomba come una mannaia sul mio occhio sinistro.

Il taglio sulla palpebra è profondo, gronda sangue, mia mamma mi prende in braccio, in fretta e furia mi porta sotto l’acqua del lavandino, mio padre invece si attacca al telefono a rotella grigio e chiama l’ambulanza mentre Massimino, con la testa nel frigo, raschia il ghiaccio dal freezer maledicendo se stesso e il guscio di tartaruga in una lingua che sta a metà tra il dialetto della martesana e il lakota dei nativi americani.

Arriva la croce rossa, mia madre sale nell’ambulanza con me.

Il corridoio dell’ospedale è freddo e desolato mi portano in una stanza dai muri beige dove un tizio con pochi capelli in testa comincia a cucirmi la ferita. Io urlo, non immagini quanto – ma come si dice… il dolore, passa.

In ogni caso da quel giorno porterò sul volto il segno di quella giornata e di quella partita, per il resto della mia vita. Di buono c’è che quando al bar mi domanderanno della cicatrice, potrò vantarmi con gli amici come un vero uomo, dicendo:

“Questa me la sono fatta per colpa di Bettega, con un guscio di tartaruga marina”.

Italia-Germania Ovest alla fine è terminata con uno 0 a 0, un pareggio senza marcature, sì, anche se in realtà io sarò l’unico al mondo ad aver conquistato al termine del match, i miei 3 faticosissimi punti. Tutti ovviamente sulla palpebra sinistra.

p.s.: Il tabellino degli infortunati dell’incontro riporta anche un incisivo lasciato sul campo da Klaus Fischer, per una gomitata ad opera di Mauro Bellugi

p.p.s: Se qualcuno volesse avere notizie di Massimino invece posso dire che non ne abbiamo più saputo nulla per vent’anni, per la precisione fino al mondiale del ’98, quando una notte comparve alla nostra porta con il cranio completamente rasato.

 

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