Italia-Croazia 2002. La sindrome della seconda partita

(di Roberto Procaccini)

Chi l’ha detto che bisogna ricordare solo i trionfi? E no, vale la pena tornare con la mente anche ai fallimenti. A meno che tu non sia un bambino viziato di otto anni che pretende di vincere e impazzisce se non ci riesce (oppure la sua versione adulta maturata male), hai conosciuto la sconfitta. Quella che brucia e fa male. E sai quanto è importante, come persona e come tifoso, confrontarsi col lutto del capitombolo.

Per questo andiamo all’8 giugno 2002. Se c’è una partita della nazionale in campo iridato che mi devo ricordare, è Italia-Croazia. Una sconfitta, il primo cigolio del Titanic che si avvia a schiantarsi sull’iceberg coreano. Una grande lezione di vita.

Partiamo per l’edizione co-organizzata da Corea e Giappone da favoriti. Nel 1998 eravamo stati eliminati ai rigori dalla Francia futura campione, nel 2000 avevamo perso gli Europei ai supplementari contro gli stessi Bleus. Sembra nell’ordine delle cose che al terzo tentativo tocchi a noi. C’è il palmarès (fermo al Mondiale dell’82) da rinfrescare, e il Mondiale sembra proprio a nostra misura.

Siamo caldi. Arriviamo in estremo oriente dopo aver dominato il girone di qualificazione con sei vittorie e due pareggi. Certo, abbiamo perso in amichevole contro la Repubblica Ceca, ma non ci spaventa. Nel 1994 ci siamo fatti battere dal Pontedera, e sappiamo com’è andata dopo.

Trapattoni ha a disposizione la migliore generazione azzurra degli ultimi trent’anni, nel fiore della gioventù. Ci sono Buffon, Cannavaro, Nesta, Inzaghi, Materazzi, Zambrotta, Gattuso, Del Piero, Montella e Totti, per fare qualche esempio. E’ vieri2002sostanzialmente lo zoccolo della squadra che avrebbe vinto il mondiale del 2006. Della finale di Berlino ne mancano diversi (Toni, Pirlo e Camoranesi, ad esempio), ma in cambio abbiamo ancora in campo gente come Maldini e Vieri.

Bene, è il nostro Mondiale, ce lo sentiamo. Il ct ha fatto qualche scelta discutibile (tipo rinunciare a Roby Baggio, per portarsi Doni), avanti c’è un problema di abbondanza che crea malumori, ma la squadra è forte. Ce la giochiamo col Brasile, favorito random a ogni competizione iridata.

L’esordio con l’Ecuador non è confortante. Non si è visto un gran bel gioco, ma il tabellino dice due a zero per noi e ci teniamo stretti i tre punti. La sfida con la Croazia è più probante. I biancorossi sono stati la rivelazione dell’edizione del ’98, ma non sembrano in grado di replicare il miracolo. La sconfitta alla prima con il Messico fa pensare a una squadra da tenere nella giusta considerazione, ma alla portata di chi vuole patentarsi campione.

Si gioca a Ibaraki, in Giappone. L’Italia scende bene in campo, grintosa, meglio nella copertura che nella costruzione del gioco. Dall’altra parte, mentre partono boksic-nestadalla panchina le stelle Suker e Prosinecki, si battono dall’inizio un paio di conoscenze della serie A: il laziale Boksic, il leccese Vugrinec e l’ex perugino Rapaic.

Non è la partita facile che ci aspettavamo, si suda e si soffre. Dopo mezz’ora si fa male Nesta, costretto a uscire. La Croazia prende il controllo del gioco e si rende pericolosa in diverse occasioni, ma senza fare male a Buffon. Il primo tempo si chiude 0-0, e noi, che guardiamo il match in tv dall’altra parte del mondo, ci lasciamo sfuggire un profondo: “Mah”.

Al decimo della seconda frazione di gioco l’Italia passa in vantaggio. Dal vertice sinistro dell’area di rigore Totti apre con una mezzapunta sull’altra fascia, dove Doni controcrossa di prima per Bobone Vieri, che con un perentorio stacco di testa infila la porta croata. Gol. Capannello dei giocatori azzurri con i colleghi in panchina, e noi che dall’altra parte del mondo pensiamo: “Ecco, la partita si mette in discesa, come doveva essere”.

Italia - Croazia, Olic beffa BuffonL’illusione dura un quarto d’ora. La Croazia non molla la presa, e al 28esimo pareggia. Olic, al limite dell’area piccola, raccoglie un cross rasoterra sul quale nessuno dei quattro difensori in linea interviene. Buffon tenta un’ultima, goffa, uscita. E’ 1-1.

Ecco, noi che dall’altra parte del mondo etc. etc. ci inquietiamo. “Una squadra che ambisce al gradino più alto del podio, reagisce”, ci confortiamo. Invece no. Due minuti più tardi Rapaic manca l’appuntamento col gol. Al 32esimo la Croazia raddoppia. Cross dalla destra, la difesa azzurra respinge, Kovac di testa restituisce di prima allo stesso Rapaic, che dopo un controllo difficoltoso batte con un pallonetto velenoso il numero uno azzurro.

“Merda”. La tensione sale e l’intero dizionario Treccani si riduce a quattro o cinque espressioni ingiuriose. Ci si aspetta la reazione, e arriva. Il vecchio Trap butta dentro Pippo Inzaghi per Doni. L’Italia costruisce in dieci minuti le occasioni che non era riuscita a propiziare nei primi ottanta minuti di gioco. Al 42esimo Totti batte una punizione da posizione pericolosa: portiere immobile e palla sul palo. In inzaghipletipieno recupero Materazzi dalla difesa lancia lungo, la palla supera sia Vieri che Inzaghi, i difensori croati vanno a vuoto e così il portiere. La sfera si insacca, ma l’arbitro annulla per quello che nel gergo si definisce “fallo di confusione”.

Triplice fischio finale. Abbiamo perso. Ora il passaggio agli ottavi si complica terribilmente.

L’episodio del gol annullato ci permette di buttarla un po’ in maretta sull’arbitraggio. Vieri, sempre lucido nelle analisi, dirà: “I guardalinee andrebbero presi in serie A, non nell’interregionale”. Il palo di Totti ci consente di prendercela con il fato e il destino. Ma noi che siamo dall’altra parte del mondo, capiamo: “Mondiale un cazzo”.

S’è visto troppo poco. Ci aggrappiamo alla speranza, crediamo che qualcosa possa ancora cambiare, che il torneo possa essere un crescendo. Ma la squadra che ha affrontato Ecuador e Croazia è brutta, gioca molto al di sotto del suo potenziale. Non fa paura. E poi la sconfitta stona: chi arriva in fondo a un torneo breve come il Mondiale, non perde neanche una partita (mi aspetto la vostra obiezione: Spagna-Svizzera del 2010 è l’eccezione che conferma la regola).

Il prosieguo del torneo ci vedrà pareggiare contro il Messico (e superare il girone in virtù della sconfitta della Croazia contra l’Ecuador) e perdere contro la Corea nella partita che ha consacrato l’arbitro Moreno nell’immaginario italiano. Ma la scoppola contro la Croazia è un segnale chiaro. Era già tutto lì dentro (tranne l’arbitro Moreno). Una sconfitta che fa riflettere, che ridimensiona, che costringe a confrontarsi con i limiti delle ambizioni. E che per questo, io, ricordo ancora.

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