Italia-Brasile 1982. La rovina del calcio?

Ebbravo, Italia-Brasile dell’82. La “corrida del Sarrià”, la partita generazionale per antonomasia, quella che ha rappresentato per noi ciò che Italia-Germania 4-3 del ’70 aveva rappresentanto per i nostri padri. Uno di quegli eventi tipo sbarco sulla Luna, o 11 settembre, o assassinio di John Lennon, per cui a distanza di lustri ancora ci si chiede a vicenda: “Ma tu dov’eri quel giorno?”. Ecco, che potrai mai dirci di più su quei 90 minuti entrati dritti dritti nella leggenda del Dio Pallone?

Poco o nulla, probabilmente. Ma ne parlo ugualmente per due motivi: il primo, del tutto soggettivo, è che il mio rapporto con la Nazionale è sempre stato – ad eccezione di quella volta – piuttosto tiepido, condizionato da variabili discutibilissime come la mia empatia personale col c.t. di turno, il disegno della maglia, persino la presenza a Palazzo Chigi di un Premier piuttosto che un altro, a volte. 

Quel giorno invece non avevo ancora compiuto 8 anni, ignoravo certe sovrastrutture da età adulta e mi appassionai all’Italia del ‘Vècio’ Enzo Bearzot quasi (quasi) come fosse la mia squadra di club. Quella che solo poche settimane prima avevo visto retrocedere in serie B giurandole, a lei sì, amore eterno e incondizionato. E poi perché quella partita, oltre ad aver trovato il suo giusto posto nel mito, ha avuto un ruolo più importante di quanto si possa pensare nell’evoluzione tecnica e tattica di quello che continuiamo a chiamare il gioco più bello del mondo, anche se forse non lo è più (e qui andrebbe aperto un capitolo a parte sull’eleganza estetica del calcio di inizio anni ’80, e sul successivo rivoluzionario avvento di Arrigo Sacchi e del pressing compulsivo che ha finito per trasformare qualunque centrocampo in una tonnara. Ma non è questo il luogo). Vallo a sapere, poi, che quell’attesissima partita contro i giocolieri brasiliani sarebbe stata, trent’anni dopo, il mio unico appiglio per gli amici di ComunqueItalia.

IL BRASILE – Già, i giocolieri. Zico, Eder, Cerezo, Falcao, Junior, Socrates. S’è mai visto un centrocampo più forte? No, ed infatti quella squadra, in patria, è considerata come il Brasile più forte di sempre. Più di quello che con Pelè diciassettenne sbancò i Mondiali di Svezia nel ’58. Più della Seleçao schiacciasassi di Messico ’70. E di conseguenza, la tripletta di Paolo ‘Pablito’ Rossi è ancora vissuta come una pagina nera della storia del Paese, una macchia indelebile e in un certo senso inspiegabile.

Perché quella partita, come accennato, ha cambiato realmente la storia del calcio. Il loro, più che il nostro. “Noi eravamo una squadra semplicemente fantastica – ricorda in proposito Zico -, riconosciuta in tutto il mondo, e ovunque andiamo la gente ci ricorda quel team del 1982. Se avessimo vinto quella partita il calcio probabilmente sarebbe stato differente. Invece, dopo di allora cominciammo a mettere le basi per un calcio nel quale bisogna conseguire il risultato a qualsiasi costo, un calcio fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico. Quella sconfitta fu la rovina del nostro calcio”. La risposta di Paolo Rossi, se possibile, spiega una volta di più perché quel giorno dovettero abbassare le orecchie, i brasiliani ed il loro ‘futbol bailado’: “Quella del Sarrià fu una lezione per la quale ci dovrebbero ringraziare e darmi un premio. Una sconfitta dalla quale impararono molto, soprattutto a giocare meno spavaldi. Tanto è vero che poi hanno vinto altre due edizioni”. T’è capì, brazileiro?

L’ITALIA DI BEARZOT – Si diceva del cittì di turno. Come non amare Enzo Bearzot? Iconografico come pochi con quella pipa d’ordinanza (come Gianni Brera, come Luciano Lama, come Sandro Pertini. Doveva essere decisamente l’età dell’oro della pipa) che la sua bocca aspirava, a mo’ di tic nervoso, anche quando la stessa riposava in tasca. Allievo di Nereo Rocco, ebbe il merito di reinterpretare il “catenaccio” del calcio milanese anni ’60 in chiave più moderna; contropiede spesso e volentieri, certo, ma pressando alto e riconquistando palla in mezzo al campo. Il paradigma della difesa bassa e del lancio lungo agli attaccanti veloci e tecnici aveva fatto il suo tempo, reso inevitabilmente anacronistico dal ‘calcio totale’ degli olandesi e dal ‘pass and move’ degli inglesi col loro 4-4-2. Bearzot fu dunque uno dei primi teorici della “zona mista”, un impianto che – vista la grande solidità della scuola difensiva italiana – continuava comunque a prevedere il marcamento a uomo in difesa, ed elementi della zona nella fase difensiva a centrocampo. La sua Nazionale del 1982 prevedeva una linea difensiva col terzino sinistro (Cabrini) libero di offendere, e quello destro (Gentile) bloccatissimo in marcatura sul fantasista avversario (chiedere a Maradona e Zico. Anzi, alla maglietta di Zico), quasi fosse un secondo stopper. 

Certo, c’era ancora il ‘libero’, ma a ben vedere si trattava di un 3-5-2 ante litteram. Roba che ancora oggi c’è chi ci costruisce un’intera carriera da tecnico. Eppure quella squadra, nata bene nel ’78 e pronta a sbocciare, partì per la Spagna fra lo scetticismo generale. Le scelte di Bearzot, già discusso quattro anni prima per la convocazione di Rossi e Cabrini, furono nuovamente il casus belli: il cittì friulano aveva lasciato a casa Evaristo Beccalossi puntando su Antognoni, e soprattutto escluso il bomber Roberto Pruzzo per puntare tutto su Paolo Rossi, reduce dal lunghissimo stop in seguito alla condanna per il calcioscommesse e da molti considerato alla stregua di un ex calciatore. “Sapevo che se Rossi avesse faticato nelle prime gare ci sarebbero state pressioni per far giocare Pruzzo – disse in seguito il commissario tecnico -. Così portai Selvaggi, e Rossi ebbe il tempo di esplodere al momento giusto”. Mica fesso, il Vècio.

Il clima intorno ai ventidue era comunque pesantissimo: “Se la squadra è questa, stiamo freschi”. “Mi vergogno di essere italiano, se l’Italia l’allena Bearzot”. Queste le due dichiarazioni più carine alla partenza dei ventidue alla volta della Spagna, pronunciate del resto da due personaggi imprescindibili per l’affermazione a livello mondiale del calcio italiano: Antonio Matarrese ed Eugenio Fascetti.

IL ‘MUNDIAL’ – Viste le premesse, inevitabile che la prima fase incrinasse ulteriormente i rapporti fra la squadra e l’opinione pubblica italiana, sobillata a dovere da una stampa a sua volta tutt’altro che accondiscendente nei confronti degli azzurri. L’Italia stava in ritiro a Pontevedra, quaranta chilometri a est di Vigo, chiusa dentro un castello che si chiamava la Casa del Baròn. Una prigione dorata – nessuno entrava, nè mai gli azzurri uscivano – dentro la quale si consumò il più clamoroso silenzio stampa della storia del calcio, che durò inflessibile fino alla vittoria di Madrid. Qualcuno si chiese come là dentro si passasse il tempo e arrivò a insinuare che l’hobby preferito fossero le pratiche omosessuali (…si arrivò a scrivere alludendo ad una probabile gaia liaison fra Rossi e Cabrini, per dire). Bearzot chiuse totalmente i rapporti con l’esterno per mantenere la concentrazione dei suoi sul Mondiale. A Vigo portò due volte la squadra a studiare gli avversari della prima fase (Polonia, Camerun e Perù). Non in tribuna, ma in curva, giacchè “dietro la porta si studiano meglio i movimenti difensivi”. Non servì a molto visti i tristi pareggi rimediati con tutte e tre le compagini, ma il Dio della differenza reti (o un corposo omaggio alla federazione camerunense, come ipotizzato fra gli altri da Oliviero Beha?) ci portò comunque alla seconda fase per il golletto segnato di testa al Camerun da Graziani, agevolato da un ambiguo scivolone di ‘N’Kono.

La seconda fase prevedeva allora un secondo gironcino all’italiana, questa volta da tre squadre, con una sola qualificata direttamente alle semifinali: il sorteggio ci assegnò Argentina e Brasile, il meglio del meglio al mondo. Il Mondiale degli azzurri fu comprensibilmente dato per finito. Invece con l’Argentina si vinse, e pure bene, per 2-1, dando il La alla più entusiasmante cavalcata della patria storia calcistica. Ma ancora non potevamo saperlo, e la gara col Brasile assomigliava ad una scalata impossibile considerando che il 3-1 contro gli eterni rivali della ‘Selecciòn’ permetteva ai verdeoro di accontentarsi pure di un pareggio, mentre a noi toccava batterli. 

IL MIRACOLO DEL SARRIA’ – Oggigiorno lo stadio Sarrià non esiste più. Al suo posto l’ormai immancabile quartiere residenziale stile Canary warf. Ma in quel torrido pomeriggio è semplicemente il tempio in cui celebrare la Pasqua del football nostrano, a secco di titoli mondiali da quasi mezzo secolo. E la resurrezione non può non passare dalla sfida ai migliori al mondo.

Alle 17:15 del 5 luglio 1982, quando le squadre fanno il loro ingresso in campo agli ordini del signor Abraham Klein, il verdeoro domina incontrastato sulle tribune, con migliaia di brasiliani che al contrario nostro non soffrono affatto mentre seguono le sorti dei loro beniamini. Loro ballano, mangiano, ballano ancora e rimangiano. Mah. Tuttavia bastano cinque minuti di partita per veder spuntare anche i tricolori, fino a quel momento timidamente (e forse scaramanticamente) tenuti celati: succede quando Cabrini crossa preciso da sinistra e i brasiliani fanno l’errore ferale di dimenticarsi in area Paolo Rossi, che colpisce di piena fronte mettendo la palla sul palo più lontano e alle spalle del portiere Valdir PeresIl quale Valdir Peres, forse proprio per i motivi che indicavano Zico e Rossi pocanzi, è l’anello debole della squadra insieme al titolare dell’estremo opposto, il centravanti Serginho. L’epoca dei Careca e dei Ronaldo è ancora di là da venire, ed è quindi proprio il lungagnone Serginho ad avere quasi subito la palla del pari, ma la spreca sparacchiando inelegantemente a lato a tu per tu con Zoff. Tutt’altra musica in mezzo al campo, dove al 12′ Zico sfugge finalmente alla feroce marcatura di Gentile con un delizioso colpo di tacco prima di liberare con inesplicabile facilità in area il Professor Socrates, il quale non sbaglia calciando forte sul primo palo. Ma per loro è giorno di lezioni, ed il gol con cui gli azzurri tornano davanti è la quintessenza della lezione, la raffigurazione plastica della loro spavalderia punita dal nostro cinismo: è il 24′ quando Valdir Peres rinvia di braccio sulla propria trequarti per il terzino Leandro, questi stoppa di petto bello come il sole e gioca palla di prima a Cerezo, Cerezo la fa proseguire in mezzo senza quasi nemmeno guardare, sicuro che incontrerà i piedi vellutati dei suoi compagni di reparto. E invece su quella palla, resa vagante dalla pigrizia altrui, piomba come un rapace Pablito, che la intercetta e salta la disperata scivolata dell’ultimo difensore con uno ‘scavetto’prima di battere nuovamente Valdir Peres con un destro per la verità nè troppo potente, nè troppo angolato.

Nella ripresa, come è ovvio che sia, sono i brasiliani a macinare gioco e creare occasioni, anche se in avvio è proprio Rossi a ‘gettare alle ortiche’ (momento Radio Rai vintage) l’occasione per chiuderla. Una provvidenziale uscita sul limite dell’area di Dino Zoff neutralizza le velleità di Cerezo, ma la marea montante verdeoro non può che sfociare infine nel gol: lo realizza a metà frazione Falcao, che fingendo di premiare la sovrapposizione del compagno a destra manda a farfalle ben tre difensori azzurri, si porta la palla sul sinistro ed esplode il diagonale del 2-2 che riporta i brasiliani in semifinale. Potrebbe essere l’episodio che taglia definitivamente le gambe ai Bearzot Boys, mentre paradossalmente diventa la zavorra dei verdeoro. Perchè loro un risultato di vantaggio non sanno gestirlo, non sanno nemmeno cosa voglia dire esattamente “gestione del risultato”. E allora continuano a giocare, frizzanti ed autocompiaciuti. Finchè non si scottano di nuovo: su un calcio d’angolo di Conti al 74′ la respinta di Socrates arriva solo fino al limite dell’arera, Tardelli chiude gli occhi e calcia al volo di sinistro, Valdir Peres va sul lato giusto ma Rossi è sulla traiettoria, e nel più classico dei movimenti da centravanti di rapina devia quanto basta per mettere fuori causa il portiere (ne segnerà uno uguale uguale qualche anno dopo, il gol del 2-2 nel derby di Milano 1985-86). Nando Martellini è talmente nel pallone da urlare in telecronaca “pareggio!”, mentre è il gol del 3-2 che ci qualifica.

I frastornati brasiliani buscano anche il quarto, a dirla tutta, ma Klein annulla per inesistente fuorigioco di Antognoni, costringendoci a soffrire un altro quarto d’ora. Il brivido ‘monstre’ arriva nel finale, sugli sviluppi di una mischia in area azzurra: sbuca la testa di Oscar (anche se Martellini, sempre più lisergico nel suo piacerone, parla di Paulo Isidoro), Zoff si tuffa sulla propria sinistra e para, ma la palla gli sfugge e deve rimetterci la mano sopra quando è praticamente sulla linea di porta. Istintivamente il portiere fa segno di no (“Non è entrata!”) cercando con lo sguardo l’arbitro. Il quale questa volta ha visto giusto, lasciando proseguire il gioco e riattivando la normale circolazione sanguigna di una cinquantina di milioni di italiani. Al fischio finale, ricorderà qualche anno dopo Bearzot, “Mi sentivo già campione del Mondo. Perchè la Polonia l’avevamo già affrontata e sapevamo come batterla, mentre la Germania era forte ma lenta”. Anche lì, non è che ci abbia visto sbagliato, il Vècio.

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