Italia-Cecoslovacchia, 1982. Disillusioni nazionali

C’è un momento agghiacciante nei Mondiali, ed è il primo giorno in cui non ci sono partite. Nessuna partita. È anche peggio dell’eliminazione dell’Italia. È il momento in cui si percepisce che la festa deve finire. La sensazione che ti prende quando ti rendi conto che Natale e Capodanno sono alle spalle, e quello che ti attende è quella cosa che chiamano Epifania – in pratica, ti piazzano in mano una verità pesante, e sono affari tuoi.

Nel caso dell’Italia, di verità non ce ne sono mai

Credo di essermene reso conto di persona la prima volta che ho visto l’Italia a San Siro. Che poi, devo confessare, è stata anche la prima partita che abbia mai visto allo stadio.

Era il 1982, era un sabato, e mi apprestavo per la prima volta a fare una qualunque cosa insieme a dei miei compagni di liceo. Eravamo sei ragazzini, ovviamente tutti maschi; loro venivano da quartieri che non sapevo bene com’erano fatti, e non ci conoscevamo realmente – io non sapevo chi fossero loro, loro non sapevano chi fossi io, e fino a quel momento non ci eravamo presi, loro a me sembravano dei babbioni, io a loro sembravo un supponente imbecille. E mi sento di dire che avevamo ragione tutti. Però a me piaceva il calcio, a loro piaceva il calcio, ed era una cosa impossibile da ignorare, perché il pallone – come è sempre stato, come sempre sarà – è un linguaggio che può superare l’italiano medesimo nel dirti qualcosa su chi hai davanti. Non escludo che sia stato quel sabato pomeriggio a portare con sé anni di vacanze insieme, bigiate, tennis, pomeriggi trascorsi a destrutturare il gioco chiamato Risiko, ascoltando artisti del calibro di Howard Jones o vedendo film dello spessore di Porky’s – e poi, da grandi, serate trascorse a cercare di superare la metà campo avversaria, quella femminile. 

Quello che so per certo è che quel sabato pomeriggio plasmò per sempre il mio rapporto con l’Italia. E per quanto possa sembrarvi un espediente dozzinale la sovrapposizione tra le due Italie, la nazionale e la nazione, io ho ragione di credere che ciò che scoprii quel giorno possa tuttora valere per entrambe.

La partita valeva per le qualificazioni agli Europei del 1984 e l’avversario era la Cecoslovacchia. È esistita davvero, sapete. So che a citarla adesso sembra di parlare dell’AustriaUngheria. Invece non solo esisteva, ma portava con sé ricordi fastidiosi di un Europeo di due anni prima, che tuttavia sembrava lontanissimissimo – perché gli anni quando si è ragazzini sono veramente lunghi – e una canzone di due anni fa ti sembra intollerabilmente antica, zio.

La Cecoslovacchia era una squadra di seconda, forse anche terza fascia, apparentemente costituita da comunisti che giocavano in modo comunista. In ogni caso il suo compito evidente era inchinarsi ai campioni del mondo. Okay, da campioni del mondo con la corona in testa eravamo già stati tostati dagli svizzeri, che se possono guastarci una festa non si tirano mai indietro. Ma si era trattato di un’amichevole, a Roma. Quel giorno gli EROICI (cfr. Corriere dello Sport), gli Zoff, Cabrini, BrunoConti, Tardelli, lo zio Bergomi, Gentile, PAOLOROSSI, Antognoni – sì, persino Antognoni!, anche il suo nome era diventato come tutti gli altri improvvisamente sacro nel giro di due incredibili settimane estive,

(…no, non tutti) (Altobelli no)
(Altobelli, campionedelmondo o no, rimaneva semplicemente un simpatico cammello del gol)
(e Collovati, non ne pavliamo)
i cavalieri o forse commendatori nominati da Pertini in persona avrebbero imposto al pallone di andare in porta semplicemente col loro carisma.

Quel giorno, prima di scoprire la VERITA’ sulla Nazionale e la Nazione, scoprii alcuni fatti minori ma non meno rilevanti. Il primo, che lo stadio non era coperto, quindi se pioveva, non si bagnavano soltanto i giocatori, ma pure gli spettatori. E non si poteva aprire l’ombrello, o quelli sui gradoni dietro non avrebbero visto niente. Bisognava bagnarsi. Al massimo, comprare un impermeabile usaegetta dal signor Amarograppacògnac. Sedersi, impossibile: il cemento dei Popolari (aka le curve del secondo anello di San Siro) sembrava fatto apposta per esaltare l’acqua piovana. Comunque accettai ogni circostanza senza obiezioni. Tutto facilitava l’identificazione, la sensazione di lottare uniti contro gli elementi. La seconda faccenda, ben più sconcertante, è che dopo gli applausi all’entrata in campo, nessun NandoMartellini iniziò a commentare la partita, dall’alto. Quelli sul prato si passavano, tiravano, facevano fallo, e il sonoro era costituito solamente dal vociare del pubblico e dal fischio dell’arbitro. Era pazzesco.

Ma non era tutto! A un certo punto la palla entrò in rete.
Sì, lo chiamano goal, ho una decente familiarità con il concetto, anche per il ruolo che tendo a occupare in campo (a cinque e a sette. Mentre a undici, sono il pazzo che imperversa avanti e indietro sulla fascia credendosi Serginho). Quello che mi scosse fu un concetto ben diverso: la palla entrò in rete, e basta. Nessun replay. Ci entrò una volta sola, quella vera, non quella riprodotta. Non sono mai del tutto sceso a patti con questa cosa, che volendo si ripropone nel dualismo tra musica suonata in concerto e musica proveniente da un disco. Però quel giorno mi fu evidente, tra pioggia e sonoro e mancanza di replay, che andare allo stadio presupponeva uno sforzo, un’attenzione, un impegno. Per il quale si pagava. Non stavo pagando per uno spettacolo (e non alludo solo alla partita in questione), ma per una fatica che mi avrebbe reso parte di qualcosa.
Peraltro aveva segnato proprio Altobelli, e nel suo stadio. Un gol di testa, per quanto senza saltare. E insomma, uno viene per veder urlare Tardelli, invece ti va a segnare quello scarabocchio, per tutta la sua carriera accompagnato a ogni rete dal divertito stupore dei suoi stessi tifosi, cosa che notai anche attorno a me quel giorno: apparentemente ero nella “curva dell’Inter”. Cosa che mi fu confermata quando una cinquantina di giovani si mosse, in fila indiana e con aria molto concentrata, per andare verso la curva opposta – all’epoca si poteva fare. “Sono i Boys che vanno a picchiarsi con quelli della Fossa”, mi fu spiegato. Presi atto. Evidentemente era un rituale perfettamente accettato e necessario. Però a dire la verità nei minuti successivi non notai tafferugli di alcun tipo.

Viceversa, a partita in corso si manifestò ben altro problema sul terreno di gioco. La Cecoslovacchia sembrava giocare alla pari se non meglio dell’Italia, anzi, scusate, dell’ITALIADELLOTTANTADUE (essendo il 1982).

Ma no, non è vero. Il problema era un altro.
Il problema vero è che l’Italia non era niente di che. È che gli Eroici erano tornati i Mediocri. Paolo Rossi, un hombre anonimo. Brunito Conti, fràcico nel fango novembrino. Ma soprattutto i difensori sembravano quelli più approssimativi, confusionari. Il giorno dopo, sul giornale, un’intervista a Scirea era intitolata: “Davvero sono stato il migliore dei loro?”.

Dopo il pareggio di uno sconosciuto e il casualissimo ritorno in vantaggio (un tiraccio di Pinna Marini destinato a uscire, ma deviato in porta da un ceco, o slovacco) finalmente vidi un gol con l’occhio che ci vuole allo stadio, lo sguardo più largo che calcola i movimenti e i possibili sviluppi che la telecamera – quelle di ieri come quelle di oggi – lasciano fuori. In quell’azione, Scirea (e, ritengo, Collovati) fu fatto fuori da un elementare taglio di un comunista. Gaetano da Cernusco sul Naviglio alzò il braccio, col gesto che Franco Baresi avrebbe inventato sei anni dopo, e che nessun difensore italiano ha fatto mai, solo lui

(questo sono io che applico del sarcasmo ultrà, in difesa del mio capitanone)

ma il gol era ineccepibile. Poco dopo il pareggio, i commendatori rischiarono il rovescione, su un’incursione in area di un tizio slavato. Quindi, decisero che era il caso di chiudere la partita. Ma non nel senso di andare a fare il terzo, no. Nel senso che commendarono che era inutile sbattersi per convincere della loro superiorità questi stolti di cecoslovacchi. A un certo punto Bearzot (del tutto invisibile dal secondo anello) si adeguò, mandando in campo Beppe Dossena (sì, lui), uno che rendeva peloso il gioco delle sue squadre. Sì, peloso.

Quel pomeriggio per la prima volta nella vita percorsi a ritroso il viale Caprilli, luogo fatidico del tifo milanese, per come lo si percorre parlando, elaborando, gongolando o mormorando: c’è un passo per la vittoria, uno per la sconfitta, ma soprattutto un passo per il pareggio, il più lento dei tre. E pensai che l’Italia non aveva mantenuto la promessa che mi aveva fatto qualche mese prima.
Oggi potremmo dire che lo sappiamo tutti che l’Italia (la squadra, la nazione) è quella roba lì, che si esalta quando non te lo aspetti, poi quando ci credi, bang la carrozza torna a trasformarsi in una zucca. Ma andatelo a dire al me stesso ragazzotto, reduce dal trionfo di quello stesso anno, folgorato dall’improvvisa convinzione che il cupo, gramo decennio della mia infanzia, gli anni Settanta, fosse finito col Mondiale del 1982, lasciando il posto a una nuova era di euforia in cui non saremmo stati più maccaroni arruffoni e ladri. Voglio dire, c’era pure stata la simbolica amnistia per gli scommettitori del 1980 ancora al bando (sostanzialmente, le colonne della Società Sportiva Lazio).

C’era musica molto migliore in giro. Le ragazze si vestivano bene, non come le amiche di mia sorella maggiore, gonnellone ed espadrillas. C’erano in giro dei videogiochi. Anche la televisione sembrava più divertente.

I Campioni del Mondo del 1982 chiusero il girone di qualificazione agli Europei del 1984 con una sola vittoria (…una!!!), contro Cipro (…Cipro!!!). Una, perché in terra cipriota commendammo solo un pareggio.

Però non fu la Cecoslovacchia a staccare il biglietto per la fase finale in Francia, e nemmeno la Svezia di Stromberg, che ci rullò per bene, non vedemmo proprio mai la porta – ma la quasi insormontabile (per noi) Romania allenata da quel tale Lucescu.

Quindi, io e forse tutti i miei coetanei, venimmo a patti col fatto che l’Italia era, ed è, quella roba lì. Sì, quando pensi che sia un disastro ti contraddice facendoti vivere certe cose che i francesi e gli svizzeri e gli austriaci e i cecoslovacchi, mai. Ed è verissimo il cliché secondo il quale gli Italiani danno il meglio nelle situazioni difficili, ma malauguratamente porta con sé il piccolo corollario che danno il peggio nelle situazioni normali. E comunque, sostanzialmente, non è mai il caso di contare su di lei.

 

(…ah, ve lo devo dire: sempre quel giorno imparai anche che i bagarini dicevano ad alta voce “Compro biglietti, compro biglietti!” invece che “Vendo biglietti”, perché così rimanevano nei confini della legalità. Quella dichiarata, perlomeno. Che alla fine è quella che conta)

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