La leva calcistica della lotteria dei rigori

In principio c’era il lancio della monetina negli spogliatoi, poi dal ’76 sono stati introdotti i tiri di rigore.

Non il rigore come episodio casuale nato da una vaccata più o meno evitabile di un giocatore o di un arbitro, ma la serie che spareggia la partita secca e decide chi passa e chi va a casa. Per la mia generazione sono stati l’istituzione della delusione. Vincere ai rigori era una chimera, il biglietto d’oro per la fabbrica di Willy Wonka. Saremmo dovuti nascere prima, noi che nell’82 eravamo paradossi, spermini in caldo e ovetti vergini, alla meglio fagiolini nel forno.

L’Italia è finta a giocarsela ai tiri di rigore quattro su cinque edizioni dei mondiali, quattro volte in sedici anni. Anni di formazione: dalle elementari all’università, dalla prima memoria consapevole ma vaga al primo bacio, dalle prime vacanze senza i tuoi alla prima volta che hai fatto l’amore, dalla prima canna ai primi esami, dal primo telefonino che non volevi perché i tuoi avrebbero potuto rintracciarti e capire se eri a scuola o a Parco Sempione a goderti il primo sole, se eri dall’amica misteriosa a dormire o se eri a un rave al Bulk, al primo motorino che volevi e se non lo avevi al Bulk e al Parco ci andavi con i mezzi o a piedi.

Di recente li ho rivisti tutti, un po’ per scrivere il pezzo, un po’ per provare la teoria letteraria del plot che non perde mai la sua efficacia, anche se sai già come va a finire la storia. Esperimento riuscito. Come ti viene ogni volta da prendere per l’orecchio Romeo e urlargli: ‘E’ viva, pirla!’ mentre si strugge di amore e testosterone nel mausoleo dei Capuleti, così soffri e ti chiedi se non sarebbe potuta andare diversamente, ma il tempo scorre inevitabilmente verso il passato tragico e tu non lo puoi fermare.

donadoni90Nel 1990, semifinale con l’Argentina, soggiorno della nonna materna. Il Predestinato Schillaci e Canniggia Vola ne buttano una dentro una a testa, tutti e due gol del cofanetto ‘pure di culo li fa’. Poi si va ai tiri di rigore, dice Pizzul ‘calci’, con voce di corvo torvo. Nella mia allora breve lista di odio calcistico ci sono Tacconi per la Juve e Zenga per l’Inter. Donadoni, amico rossonero sbaglia. Maradona è comunque Maradona. Serena non lo associo alle merde, ma quello non è Serena, ha la stessa espressività degli scagnozzi bianchi di Darth Vader. Morte di tortura le mie giovanissime speranze guardo mia nonna, la stessa faccia che ho fatto quando a catechismo han detto che liberarono Barabba al posto di Gesù. Mia nonna spegne il televisore e dice ‘Io odio MaraTona!’ (sonorizzando la dentale a sfregio, come fanno i pugliesi quando sono incazzeti ma non gli va di ricorrere al dialetto). Ho sette anni e mezzo, le mie certezze si fermano alla tabellina del 5 ma so che l’Italia non meritava di perdere, e Maradona è Maradona.

Nel 1994 la partita è iniziata da dieci minuti buoni e sto davanti al pub di Blackrock baggio94‘The Mad Hatter’ a Dublino. Mi sono fatta i chilometri e ho superato gli ostacoli. Ho origliato i ragazzi grandi, sono scappata di casa, ho preso l’autobus da sola controllando ogni fermata, con venti sterline in tasca, solo che adesso non ho il coraggio di entrare. Mi passano davanti irlandesi in tenuta assertiva anni ‘90 ‘serata tra donne’ ma ‘cazzosubito!’ e non ve le posso descrivere, dovete averle viste e sentite. Non siamo a Temple Bar, a George St o a Wellington Quay, zone di pub over 18 only con le vecchie baldracche nelle camere sottotetto, qua danno da bere anche ai sedicenni e i bambini li fanno entrare, ma io questo non lo so, non riesco comunque ad andarmene a casa, là dentro, in tivvù, gioca l’Italia. Il bouncer impietosito mi urla ‘R u gettin in or not?’. Entro. I ragazzi grandi mi comprano la mia prima pinta di Guinnes che mi sbornia completamente. Ricordo che dopo l’assedio dei brasiliani e il bacio al palo di Pagliuca ho sperato nei rigori, all’Argentina non era andata male. Ma se il 17 di Donadoni in America non porta sfiga sbagliano comunque altri milanisti. Incontrai il Capitano in aeroporto, lui tornava dagli States io dall’Irlanda. Ogni volta che qualcuno mi dice. ‘sai cosa gli frega a quelli che sono pieni di soldi’, penso alla faccia che il grande Franco Baresi ha fatto firmandomi l’autografo il giorno dopo Pasadena. Qualcosa gli frega, fidatevi.

dibiagio98Il 1998, quarti di finale contro la Francia, è breve, e non troppo doloroso. Io parto sempre con l’idea che noi dobbiamo vincere, loro, chiunque essi siano, perdere, fino alla prova contraria del campo. La vedo in mutandine e reggiseno spiaggiata sopra il divano di pelle di casa mia, con il condizionatore sul collo e il commento della Gialappa’s, lo stesso che ho trovato su Youtube. Nella mia parziale rassegnazione a una sconfitta che ritengo meritata, anche onorevole (in quel mondiale li fermammo solo noi) c’è il distacco come difesa sana dal dolore. Se qualcosa non ti arriva mai dopo un po’ smetti di aspettarla e di crederci. Fino alla beffa seguente, s’intende, quella che t’illude e ti lascia a terra di nuovo.

La straordinaria prestazione di Toldo contro l’Olanda in semifinale agli Europei del 2000 dove i rigori beffano un popolo che non è scaramantico (e sbaglia), accende un minimo la fede che un esito alternativo alla serie sia possibile, ma dura il tempo di morire. In finale la Francia ci dimostra che è più forte ancora. Non fosse per Bayer Moreno e quella continentale sensazione di averla tutti presa in quel posto, almeno il 2002 ci risparmia i rigori.

Nel 2006 guardo tutte le partite a casa mia, non ci spero neanche per sport, siamo sempre io, mio padre, una mia amica il cui contributo tecnico si limita all’ammirazione dei capelli di Camoranesi e la mia psicosi dei rigori, nelle fasi finali ormai solida presenza, una statua in soggiorno. Contro i crucchi mi prende in braccio fino a quei gol fatti giusto in tempo, e la grazia calcistica dalla quale nascono sono un buon vino che rallegra ma non sbornia. Fino all’ennesima sfida con la Francia, dove in palio, c’è la coppa, quella vera.

Dopo una partita già ricca di palpitazioni e sincopi, guardo rassegnata Buffon piazzarsi fra i pali con quella particolare sfumatura vert che gli sale sul viso quando è l’ora dei duelli, ma lui non sbocca come Messi, lui ha le palle o spera che gli scendano, deglutisce e si vede quanto gli faccia bene da come lo impallinano nelle grandi occasioni. Sono disperata. Non posso non guardare ma vorrei non doverlo fare. Buffon, nato nel ’76, è andato nel ‘98 a incoraggiare Pagliuca perché il portiere in panchina è la groupie, l’ha preso da Sheva nel 2003, perdendoci una Champions che non avrebbe meritato né prima né dopo, ma ci avrà sperato mezzo secondo, è umano. Umanamente di lui mi fido quanto della guida di uno che è sdraiato dall’alcool mentre io bene o male ancora barcollo.

Provo a pensarci in modo razionale. I rigori sono meno ingiusti di quanto si possa credere in prima analisi e non perché la giustizia trova sempre il suo corso anche se tortuoso, semplicemente perché sono un gesto tecnico. La monetina lanciata negli spogliatoi prima del ’76 deve aver fatto molto più male.

Ma al diavolo! Si arriva ai rigori dopo 120 minuti, quasi tre tempi di una partita normale, e ne passi 50 alternando fasi di preghiera perché i tuoi la mettano a quelle di scongiuri perché gli altri si azzoppino nell’atto di tirare. Queste contrazioni, tra rilascio di maledizioni e richiesta di buona sorte, ti caricano per il climax, e o implodi, e le orecchie ti si abbassano, il cuore ti si sgonfia e segni un altro meno sul muro o finalmente esplodi e da lì in poi niente sarà più come prima.

Non è stato come con le vittorie del Milan, forse un interista (che schifo) del ventennio nero, per intenderci, non uno di quelli sbucati fuori quando è passato il carro, può capire.

Vincere ai rigori, quelli che Nino non ha mai dovuto aver paura che gli altri sbagliassero, è stata quell’ una sorpresa su cinque dell’ovetto Kinder, per una volta invece del giochino componibile antesignano della Rast Ikea abbiam trovato la coppa e siam campioni del mondo popopopopopooopooooo.

Pazienza se l’hanno portata i reduci di Calciopoli e non undici apostoli e se al posto di quel pezzo totale di De Gregori a noi è toccato casomai il mediano di Ligabue.

2 Comments

on “La leva calcistica della lotteria dei rigori
2 Comments on “La leva calcistica della lotteria dei rigori
  1. si capisce che l’articolo l’ha scritto una donna, è pieno di cazzate di uno che di calcio non ci capisce un cazzo di nulla
    ne dico solo una, l’arbitro moreno si chiama byron, bastava cercare in 0,18 secondi su google

  2. Non ti è neanche per un momento venuto il dubbio che chiamarlo Bayer fosse voluto, un po’ come Nippo Nappi (che NON si chiamava Nippo) o Fontolino Fontolan (che NON si chiamava Fontolino)?

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