Italia-Nigeria 1994. La lunga estate calda

Il caldo folle e intollerabile dell’estate 1994 si portò via tante cose. Personalmente – anzi, scusate un attimo, mi perdonerete se in queste righe ogni tanto userò la prima persona singolare. Dicevo, personalmente, il caldo folle dell’estate dei miei 8 anni si portò via il rischio di una delusione terribile, che avrebbe cambiato tante cose. Forse vivrei in un’altra città e abiterei in un’altra casa, è probabile che starei facendo un altro lavoro ed è sicuro che non sarei qui a scrivere queste righe, senza il gol di Roberto Baggio all’88’ di Italia-Nigeria del 5 luglio 1994.

Quel giorno il caldo non era solo questione del Foxboro Stadium di Boston, dove la FIFA aveva fissato l’ottavo di finale con calcio d’inizio a mezzogiorno e zerocinque, collocazione potenzialmente omicida per giocatori e spettatori. I 35 gradi che sacchi94entravano dalle finestre del balcone alle sei del pomeriggio, senza neanche il sollievo di una pozza d’acqua in lontananza, annullavano i 6mila chilometri di distanza. Sgangheratamente seduto sui collosissimi divani color mattone di casa mia, con il tessuto che si appiccicava agli incavi delle ginocchia, cercavo di capirci qualcosa. Non avevo ancora del tutto realizzato che l’Italia giocava in bianco perché l’azzurro poteva confondersi col verde Nigeria (perché mai proprio NOI dobbiamo cambiarci la maglia, poi?). Di certo non conoscevo gran parte dei titolari, anche perché Sacchi aveva l’abitudine di cambiarli più spesso delle mutande: di Marchegiani, Mussi e Benarrivo sapevo ben poco, ma in compenso ero convinto che il giocatore più forte della Nazionale fosse vaiMassaro. Alieno alle logiche del turn-over, non mi spiegavo la rinuncia a Dino Baggio in favore di quel tronco di Berti. Avevo salutato con entusiasmo l’ingresso in campo del Tamburino Sardo Zola, poi freddato dal sicario messicano Brizio Carter con uno dei cartellini rossi più assurdi della storia del calcio (pensate, ancora oggi è l’unico calciatore ad essere stato espulso ai Mondiali il giorno del suo compleanno). Ma l’entusiasmo era scivolato via nel sudore, sostituito dal pessimismo e dal fastidio dei miei divanacci di pelle. Stava dunque finendo così il mio primo Mondiale, tanto atteso e tanto sospirato; fuori non contro i tedeschi fortissimi o i brasiliani o gli argentini, ma contro una masnada di sconosciuti. Era ormai venuta meno anche la mia incrollabile fiducia in Sacchi, infusami da papà che all’epoca nascondeva abilmente una fede juventina di cui non ero ancora riuscito ad accorgermi.

Pensate a un uomo mite, quasi sempre di poche parole, calmo, flemmatico come il Capitano della canzone di De Gregori, “dritto sul cassero, fuma la pipa”. E mi dice: “Tranquillo, pareggiamo”. Me lo dice mentre in sottofondo la voce di Bruno Pizzul diffonde mestizia a piene mani, irritato dal possesso palla irridente con cui ITALY V NIGERIAla Nigeria si sta prendendo gioco di noi (la Nigeria! Cosa avrebbe detto al suo posto il suo maestro Carosio). I nigeriani “sono più vispi, più pronti, più motivati, MORALMENTE PIU’ A POSTO” – parole terribili nella bocca di Brunone. Pizzul che peraltro stava clamorosamente perdendo la testa, lanciandosi in filippiche inconsuete contro un’istituzione pagata dallo Stato come l’allenatore della Nazionale: “Se il tecnico ha il diritto di fare le decisioni che ritiene più opportune, altrettanto i commentatori e i critici possono esprimere le proprie opinioni”. E mio padre serafico: “Ora pareggiamo”. “Ma dai, papà, facciamo schifo”. “Ti dico che pareggiamo. Scommettiamo? Se pareggiamo, ti butto giù dal balcone” (abitavamo al secondo piano).

Col tempo e (si spera) con la ragione ho provato a spiegarmi quell’incrollabile fede nel pareggio dell’ultimo minuto, che peraltro di razionale aveva ben poco. Da uomo di sinistra, rimasto scottatissimo pochi mesi prima dalla vittoria di Berlusconi su Achille Occhetto, non si poteva certamente rifugiare nell’ottimismo. Da juventino tiepidissimo fan di Baggio, aveva applaudito qualche giorno prima all’uscita sprezzante dell’Avvocato Agnelli dopo Italia-Norvegia, quella del “coniglio bagnato”. Da accanito giocatore di Totocalcio, forse ricordava bene tutte le schedine che gli erano saltate a tempo scaduto. Da fine conoscitore di calcio, forse aveva intuito prima degli altri la dabbenaggine genetica da sempre insita negli africani, in quei tempi magnificati come i calciatori del futuro. “Ora pareggiamo”, me lo ricordo bene, e mi indicò il balcone e le finestre spalancate. Pizzul aveva completamente mollato: “Finiamo in un clima sconfortante”, mentre la tv rimandava immagini di un Sacchi vitreo, stretto in un paio di improbabili pantaloni verdi a vita alta.
Poi la storia è nota: Mussi (Mussi!) vinse un rimpallo, andò via sulla fascia e centrò per Baggio, che fece secco il Principe Rufai con il classico colpo da biliardo. Dopo aver esultato, dovetti seminare mio padre che mi rincorreva giocosamente attorno al tavolone della sala tv. Vent’anni fa la Nazionale correva, soffriva ma aveva ancora un senso logico. Si specchiava non tanto in Baggio, che è sempre sembrato un tipo venuto da un altro pianeta, troppo aristocratico e leggero per avere qualcosa in comune con chiunque. Si specchiava nella fatica di Antonio Benarrivo, che non era nessuno e dalla seconda in poi giocò tutte le partite, e si spaccò la schiena per tutto il Mondiale. E chi ancora oggi parla di Mondiale fortunato e di culo di Sacchi, non ha mai veramente capito un cavolo.

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