Ve lo do io il Brasile. 08 – Salvador de Bahia

salvador-fontanaE andiamo adesso a São Salvador da Bahia de Todos os Santos, per gli amici semplicemente Salvador, terza città del Brasile dopo San Paolo e Rio, oltre due milioni e mezzo di abitanti detti “soteropolitanos” (dal greco sotèr, salvatore), per il 90% neri o meticci. È proprio intorno a questa “negrizia” che gira tutta la storia e la vita attuale di Salvador: ogni cosa riconduce a quel periodo terribile, la tratta degli schiavi dal Golfo di Guinea in Africa Occidentale, quelli che oggi sono il Benin, la Nigeria, il Togo. Per quattrocento anni le navi cariche in modo disumano sono approdate a Salvador, svuotando le stive di poveri cristi catturati dall’altra parte del mondo e messi in vendita come bestie nel mercato centrale, oggi centro culturale e storico della città, il Pelourinho. In realtà il termine pelourinho indica il pilastro cui venivano legati gli schiavi in catene da punire o sottomettere, per frustarli fino a volte ad ucciderli, che oggi non esiste più fisicamente a Salvador, ma è possibile trovarne diversi in altre cittadine della regione. Dopo anni di abbandono e decadenza, ora il Pelourinho è diventato l’attrazione principale della città, un quartiere pittoresco rimesso a posto e “gentrificato”, pieno di negozietti che vendono bracciali di perline o coloratissimi nastrini di Bonfim, ristoranti di cucina baiana, bar e centri culturali che raccontano la storia del luogo, tra cui il più grande e il più bello, nel palazzo centrale della piazza, quello dedicato al più grande cantore della vita baiana, il sommo Jorge Amado. Se volete conoscere i colori, i sapori, gli odori, le storie, le vite della gente baiana, leggetevi qualche libro di Amado: protagoniste sono quasi sempre le donne, le favolose donne baiane con il fuoco dentro, con gli occhi di brace, forti, indipendenti, capaci di grandi cose in una terra difficile. Leggetevi la storia di Teresa Batista stanca di guerra e imparate i riti del candomblé, emozionatevi con Gabriela garofano e cannella e la storia degli schiavi delle piantagioni di cacao e tabacco, lasciatevi trasportare dalla storia di Dona Flor e i suoi due mariti facendo conoscenza con i piatti della cucina tipica baiana. Oppure scegliete i bambini abbandonati di Capitani della spiaggia, o la malinconia del Paese del Carnevale. Amado è stato per me il più grande scrittore popolare brasiliano, e il fatto che quel coniglio bagnato di Paulo Coelho abbia preteso il suo scranno presso l’Accademia Brasiliana di Lettere mi fa accapponare le unghie e i denti. Come se al posto di Totti mettessero, chessò, Thiago Motta.

salvador-artimarzialiLo schiavismo ha lasciato tracce profonde ovunque: nella musica, nella cucina, nelle tradizioni religiose, nelle arti marziali. Ogni cosa riconduce a quello. Prendiamo ad esempio la capoeira. Intanto, è lo sport più praticato a Salvador, più del calcio. Poi, è difficile da definire: è uno sport? No, non esiste competizione in senso stretto. È una danza? No, nasce con intenti tutt’altro che artistici. È un’arte marziale? Forse, ma si è mai vista un’arte marziale dove lo scopo è non toccarsi mai? La capoeira nasce all’epoca dei grandi latifondi dei possidenti terrieri portoghesi, quando il rapporto tra schiavi e padroni, tra neri e bianchi, era dieci a uno. Quindi i sorveglianti tenevano gli schiavi sotto strettissimo controllo, e non era consentito nessun tipo di contatto fisico nel timore che una qualsiasi zuffa potesse trasformarsi in una ribellione, dove non ci sarebbe stato alcuno scampo per i bianchi. Più prosaicamente, la lotta era vietata anche perché avrebbe potuto rovinare quella che per i padroni era soltanto una merce pregiata. E così, per mantenersi fisicamente pronti alla ribellione ma inattaccabili dal punto di vista del rispetto delle regole (le mancanze, come detto, erano punite con le frustate al ceppo), gli schiavi si inventarono questa sorta di danza-lotta praticata in segreto, dove è proibito ogni tipo di contatto, al suono di strumenti musicali a corda o a percussione, principalmente il berimbau, vestiti soltanto di un paio di braghe bianche per mostrare di non avere armi nascoste. Ora le scuole di capoeira tengono spettacolini per strada, racimolando qualche spicciolo dai turisti. Sono bellissimi da vedere, sembra quasi non facciano fatica a fare tutte quelle evoluzioni con le gambe passate sopra la testa o dietro l’avversario, mentre vi garantisco, per averlo provato per un po’, che ci vuole un fisico della madonna per praticare la capoeira. E se non ce l’hai alla fine ti viene per forza.

salvador-carnevalePassiamo adesso alla religione: anche qui, in realtà non basterebbe un saggio a descrivere la complessità del fenomeno del sincretismo religioso che porta il nome di candomblè. Io per forza di cose dovrò essere il più stringata possibile, ma c’è un’intera letteratura possibile, affascinante e a volte spaventosa. C’entrano ancora gli schiavi, quegli africani del golfo di Guinea appartenenti in massima parte alla popolazione degli Yorubà, animisti e dediti al culto del loro pantheon di divinità, i cosiddetti Orixàs (pronuncia: orisciàs). Ogni orixà presiedeva un aspetto della natura, dal fuoco al mare alle acque dolci al vento e così via. In origine erano più di 400, col tempo hanno resistito solo 16. Ovviamente, i cattolicissimi portoghesi vedevano come il fumo negli occhi questi dèi pagani e le cerimonie in loro onore, celebrate dai sacerdoti del rito, deportati insieme agli altri schiavi. I riti Yoruba vennero quindi fortemente perseguitati, finché non si trovò la soluzione, che possiamo riassumere in “se non puoi combatterli, unisciti a loro”: nel 18mo secolo si cominciò ad abbinare a ciascun Orixà un santo cattolico equivalente, per cui Oxalà dio della Creazione divenne Gesù Cristo, Yemanjà dea del mare e delle acque divenne la Madonna, Oxossi dio della caccia divenne San Giorgio, Yansã dei dei venti e delle tempeste divenne Santa Barbara e così via.

Le cerimonie, che oggi sono libere e aperte ad un pubblico rispettoso, si tengono nei Terreiros, spazi all’aperto generalmente fuori città, da un sacerdote che si chiama Pãe de Santo, o Mãe de Santo se è donna. Ciascun Pãe o Mãe ha un suo Orixà-guida, che durante la cerimonia prende possesso del suo celebrante e comincia a parlare per sua bocca. In pratica, una vera e propria trance. Fa abbastanza spavento, detto tra noi occidentali che non siamo abituati a questo lasciarsi completamente andare, questi ritmi ossessivi, queste urla. A volte vengono sacrificati anche piccoli animali domestici. Si dice che esista anche un candomblè “nero” che serve per fare vere e proprie fatture. Molti smentiscono, ma intanto nel popolare mercato di São Joaquim non è raro trovare banchi che vendono tutto l’occorrente, tra cui per esempio i galli neri e i rospi (un maleficio consiste nel mettere nella bocca del rospo capelli o unghie dell’interessato e poi cucirgli la bocca).

L’apice del sincretismo religioso lo troviamo nella festa cattolicissima di Nosso Senhor de Bonfim il 12 gennaio, cui segue di poche settimane la festa dedicata a Yemanjà, ovvero la Madonna, il 2 febbraio. Nel primo caso si svolge il tradizionale rito del lavagem, il lavaggio rituale dell’atrio e delle scale esterne della chiesa cattolica dedicata al Santo, il santuario di Bonfim. In questa occasione vi riempiono di nastrini colorati lunghi circa mezzo metro con la scritta “Lembrança do Bonfim”, che vanno annodati con tre nodi esprimendo un desiderio che si realizzerà quando essi si scioglieranno naturalmente. Nel secondo caso, nel quartiere di Rio Vermelho, dove c’è una statua dedicata a Yemanjà, una grande folla si dà appuntamento per offrire, in ceste portate in alto mare dalle barche o direttamente gettate dalla riva, piccoli o grandi regali per la dea: fiori, specchi, saponi, ventagli (Yemanjà è molto vanitosa), il tutto cantando e ballando in suo onore.
Ci sarebbe da scrivere ancora tantissimo sul candomblè: per esempio, ogni persona ha il suo Orixà con funzioni di angelo custode, ciascuno con le sue caratteristiche e la sua personalità. Attraverso la lettura delle conchiglie (detto Jogo dos Bùzios) fatta da una Mãe de Santo, ciascuno scopre a quale Orixà appartiene. A me all’inizio dissero Yemanjà, tanto che a casa mia troneggia una sua bella statuina. Poi, recentemente, la suocera di mio fratello mi ha detto che in realtà appartengo a Oxùm, dea della bellezza e dell’amore, dal fascino magnetico, soggetta a passioni non proprio spirituali e caste, signora delle acque dolci. Insomma, ce posso sta’.

salvador-ciboPer parlare della cucina baiana, ancora una volta consiglio Amado e Dona Flor, che è per l’appunto una cuoca superba del Pelourinho. Ma tra le pagine non potrete sentire gli odori e gustare i sapori unici dell’acarajè, per esempio, lo street food per eccellenza, preparato e fritto al momento nell’olio di dendé (palma) da monumentali signore nere tutte vestite di bianco, con un fazzolettone annodato in testa (la più famosa sta a Rio Vermelho, la conoscono tutti, si chiama Dinha – c’è una fila lunghissima per essere serviti). È una specie di arancino di farina di fagioli spaccato a metà e riempito di pomodoro, farofa, gamberetti, peperoncino piccante, cipolla, a piacere. Pesantissimo ma gustosissimo, non se ne può fare a meno. Se poi ve la sentite di sperimentare sapori decisamente esotici e inediti, dovete provare la moqueca: de peixe, de camarão, è una zuppa densa che non sempre incontra i palati occidentali, principalmente a causa dell’olio di dendè di cui fa abbondante uso. Un po’ più abbordabile è il vatapà, sorta di purea di pesce, crostacei e mollica di pane. Si usa spesso per guarnire l’acarajè. Il piatto che più va incontro al gusto europeo è il bobò de camarão: somiglia nella consistenza al vatapà, è fatto con farina di igname (un tubero locale) e gamberi. Come dessert, assolutamente da provare il quindim, una specie di budino fatto con uova e farina di cocco.

Sono gusti e sapori molto lontani dai nostri, ma hanno una lunga tradizione anch’essa riferita al periodo dello schiavismo. Vanno assaggiati anche solo per capire la storia di questa porzione di Brasile che in realtà rappresenta un modo di vivere, una cultura. Come Napoli, per intendersi. E in effetti i baiani sono considerati un po’ i napoletani del Brasile: sempre allegri, poco affidabili, simpaticissimi e pieni di vita. Tra l’altro, il baiano è uno dei popoli più liberi del mondo in fatto di amore e sesso, per causa della sua stessa storia. I colonizzatori portoghesi sfruttavano e utilizzavano sessualmente le schiave, e a questa dura condizione la donna baiana ha risposto con un’emancipazione sessuale di alto livello. Non c’è niente da fare: hanno una dolcezza, una sensualità e una femminilità che raramente si trovano. E non sto affatto parlando di prostituzione, ma proprio del modo di proporsi all’altro. Un’altra caratteristica, per esempio, è la grande liberalità e tolleranza nei confronti dell’omosessualità sia maschile che femminile. Qui è assolutamente normale esprimere la propria sessualità, siamo noi i cretini che ridacchiamo davanti ai viados di Melchiorre Gioia o della Salaria, provinciali del mondo, che tanto avremmo da imparare invece dalla naturalezza dei costumi dei baiani.

salvador-danzePotrei andare avanti ancora pagine e pagine a parlarvi di Salvador e di Bahia, ma devo scegliere: escludo tutta la parte più turistica, le spiagge, il Mercado Modelo, l’Elevador Lacerda li potete trovare in tutte le guide, anche le più basic. Mi soffermo solo su un aspetto, importantissimo però: la musica. Salvador è la vera capitale brasiliana della musica: tutto nasce qui, dal samba al tropicalismo alla MPB (mùsica popolar brasileira), Caetano Veloso e Gilberto Gil, l’axè (energia), il pagode e il samba-reggae. Ora, potete anche dire “cheppalle” e spararvi musica death metal nelle orecchie. Posizione rispettabile. Ma se volete davvero conoscere questa cultura ricchissima e meravigliosa, non potete esimervi dal farvi trascinare dai gruppi di percussioni afro-baiane come gli Olodum o i Timbalada di Carlinhos Brown, oppure seguire ballando come pazzi un “trìo elètrico” durante il carnevale baiano, così diverso dal più impostato e formale Carnevale di Rio, sulle note allegre e trascinanti di Ivete Sangalo (un vero idolo qui, una donna dall’energia infinita, baiana doc). Anche perché, semplicemente, non potrete resistere. Ma perché dovreste, soprattutto? Fatevi contagiare dalla gioia di vivere dei baiani. Ne vale la pena, fidatevi.

Passiamo al calcio: come quasi ovunque in Brasile, anche qui è una passione. Negli ultimi anni una buona parte dei record di pubblico del campionato brasiliano sono stati raggiunti nello stadio “Otavio Mangabeira”, meglio conosciuto come “Fonte Nova” dal nome del quartiere centrale di Salvador dove è situato. Sono normali le presenze di 80 o 90 mila spettatori nei derby tra le due squadre più famose della città: il Bahia (45 titoli, due volte campione brasiliano) e il Vitoria (27 titoli) anche negli anni neri delle retrocessioni in Serie C. I tifosi del Bahia parlano della risalita alla massima serie come della Fenix Tricolor (dalla maglia della squadra). Sono baiani calciatori famosi come Bebeto, Aldair e Junior Baiano (per l’appunto).
A Salvador de Bahia si sono disputate, per la fase a gironi, Spagna – Olanda (il clamoroso 1-5 che resterà nella storia di entrambe le nazionali), Germania – Portogallo, Svizzera – Francia, Bosnia – Iran, più l’ottavo di finale più bello del campionato, cioè Belgio – Stati Uniti, con la strepitosa performance di Tim Howard – e l’invasione di campo del tifoso italiano, infine ha concluso con il quarto di finale più tirato, quell’Olanda – Costarica con la folle sostituzione al 121mo di Van Gaal e i rigori parati da Krul. Sarà merito forse dell’atmosfera baiana?

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