Ve lo do io il Brasile. 09 – Rio de Janeiro

Eccoci arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio per le città del Brasile mondiale. E questa tappa non poteva essere che Rio de Janeiro, dove c’è il Maracanã, dove stasera sapremo finalmente chi alzerà la coppa al cielo, se i panzer tedeschi per la quarta volta come noi, o gli argentini per la seconda. Dopo l’uscita ignominiosa della Seleção con quel 7-1 che nella storia del calcio brasiliano sostituirà la memoria del Maracanazo (sconfitta in finale con l’Uruguay durante i Mondiali del 1950), non so quanto sarà festosa la cidade maravilhosa con i vincitori. Peccato, Rio in festa è uno spettacolo che allarga il cuore.

La prima volta che ho visto Rio è stato al tramonto di un giorno limpido di giugno, tanti anni fa. Ero in aereo, e il pilota non aveva potuto atterrare all’aeroporto Galeão, a nord di Rio, per traffico sulle piste. E così ci aveva regalato questo giro fuori programma sulla baìa de Guanabara, che all’epoca confuse Vespucci facendogli credere di trovarsi alla foce di un fiume (da cui Rio – de Janeiro, mese in cui fu scoperta). Cristo Redentore (il Corcovado è il monte che lo ospita), Pão de Açucar, Lagoa, le decine di morros (colli) su cui all’imbrunire cominciavano ad accendersi le luci delle favelas, il tutto immerso in una luce rosata e dorata allo stesso tempo mentre nel cielo brillavano le prime sconosciute stelle dell’emisfero australe. Una bellezza da togliere il fiato. Io infatti mi sono commossa e mi sono innamorata seduta stante, ancor prima di averci mai messo piede. Conoscete quella canzone di Tom (Antonio Carlos) Jobim, cui non a caso è stato intitolato l’aeroporto, che si chiama Samba do avião? Dice così:
“Minha alma canta
vejo o Rio de Janeiro
estou morrendo de saudade…”
(La mia anima canta
vedo Rio de Janeiro
sto morendo di nostalgia…)

Ecco, la sensazione, una volta stati lì, è proprio quella: l’anima che canta per la bellezza indescrivibile del posto, la saudade, quella nostalgia che è rimpianto di una cosa bella che abbiamo amato tanto, ma non dolore, perché l’amore non è finito, è solo temporaneamente sospeso, in attesa di rinnovarsi al prossimo incontro. Quello che a me capita tutte le volte che esco dalla dogana dell’aeroporto e comincio a percorrere la Linha Amarela (Linea Gialla), che insieme alla Linha Vermelha (Linea Rossa) sono le due direttrici che collegano la città da nord a sud e da est ad ovest. Arrivati all’altezza del tunnel di Rebouças, il più lungo di Rio, mi sembra di non essere mai andata via.

rio-bondinhoInnanzitutto, non è Rio e basta. È O Rio. Ha un articolo. Come L’Aquila o La Spezia. E poi, differentemente dalle altre città, più piatte e prevedibili, Rio ha le sue favelas nei posti dalla vista più panoramica, abbarbicate sui tanti morros che spuntano come bernoccoli su una fronte levigata. Per questo Rio è piena di tunnel, molto rischiosi da percorrere perché soggetti ad assalti da parte di bande di delinquenti, che bloccano gli ingressi e le uscite con le loro macchine e poi si dedicano con calma a derubare di ogni avere i poveri malcapitati automobilisti intrappolati. I tunnel collegano le parti pianeggianti e soprattutto la Zona Sul, quella che si sviluppò a partire dall’apertura di un tunnel agli inizi del 1900, e che vide la nascita del mito della spiaggia più famosa della città: Copacabana. Fino a quel momento, la città si era sviluppata soltanto a nord, in quello che infatti si chiama ancora oggi Centro. Con l’accessibilità della Zona Sul, cominciarono gli investimenti edilizi e la trasformazione in quartieri residenziali di lusso. Copacabana, appunto, e poi a seguire Arpoador, Ipanema, Leblon, São Conrado. In tempi più recenti, altri tunnel molto lunghi e sopraelevati hanno collegato queste zone alla zona di nuova espansione nota come Barra da Tijuca: qui però, grandissime avenidas, costeggiate da innumerevoli centri commerciali e condomini con grattacieli da cinquanta piani hanno reso piuttosto anonimo il paesaggio, che sembra una versione tropicale di Miami.

rio-arcosMolto più bello, invece, dopo decenni di abbandono, il vecchio Centro della città, che oggi invece è particolarmente vivace e animato soprattutto di notte e soprattutto il venerdì sera, preludio al weekend e quindi alla libertà. Se vi recate presso quello che una volta era il vecchio acquedotto della città, Arcos da Lapa, dove fino a poco tempo or sono passava il famoso bondinho, il tram giallo aperto che collegava il Centro con il pittoresco quartiere collinare di Santa Tereza, scoprirete che sotto questi archi il venerdì notte succede di tutto: dalle macchine ferme in mezzo alla piazza escono casse acustiche di dimensioni esagerate che sparano pagode e funky do tigrão (una musica che si balla con mimiche precise e molto, molto sensuali – immaginatevi poi se sono sedicenni del posto seminude che cosa può provocare la visione ai deboli di cuore) a tutto volume, e tutta la gente si raccoglie lì e nei dintorni a ballare e bere birra, per strada o nei locali in stile liberty da poco ristrutturati nei vecchi palazzi cadenti: Sacrilègio, Carioca da Gema, Scenarium. Verso le due di notte non riuscirete più né a camminare né a respirare per la calca.

rio-rocinhaUn’informazione preziosa che è utile sapere quando si arriva a Rio: si scrive PÃO, con l’accento circonflesso, e si pronuncia P-OA-UN all’incirca, con la A nasalissima che diventa quasi una O. Fate attenzione, perché se lo pronunciate all’italiana, PÀO, ecco, vi state riferendo al membro maschile in una delle sue espressioni meno chic. Vi rideranno dietro, magari con discrezione perché i brasiliani sono molto gentili, ma sicuramente non si dimenticheranno di voi.
La cosa bellissima di Rio, in fondo, sono i suoi contrasti: a fianco del quartiere più chic, Leblon, sorge la favela più grande del Sud America, Rocinha. Sopra il nuovissimo e immenso Sheraton Hotel (francamente, un pugno in un occhio) c’è la favela di Vidigal, che ha la vista più bella di tutto Rio, dominando l’intera baia di Guanabara. E il povero e il ricco convivono così, gomito a gomito, a volte tranquillamente a volte, come succedeva una decina di anni fa, molto meno. Era il periodo dei cosiddetti arrações (plurale di arração), vere e proprie discese a valle di migliaia di abitanti delle favelas, piuttosto incazzati, che come una marea umana montante si riversavano sulle spiagge della Zona Sul o per le strade dei quartieri-bene e portavano via o spaccavano qualsiasi cosa trovassero nel loro cammino. Io per fortuna non ho mai assistito a un arração, ma c’è da avere paura seriamente.

A proposito, tutto quel che si dice di Rio riguardo alla sicurezza è vero: non è raro che, come già detto per quanto riguarda i tunnel, con il buio vi siano rapine e scippi condotti in modo velocissimo, spesso durante le soste ai semafori. Può succedere che ti portino via anche la macchina. Può succedere di trovarsi in mezzo a un tiroteio (sparatoria) tra spacciatori e polizia. E poi un’altra cosa cui bisogna fare subito il callo altrimenti ci si sta male, sono i mendicanti, soprattutto i bambini. Bellissimi come solo i bambini brasiliani sanno essere, sono tantissimi e sono ovunque: spesso organizzati in vere e proprie squadre da sfruttatori senza scrupoli, cercano di estorcerti qualche spicciolo fino a sfiancarti, vere e proprie mosche tzè-tzè spesso senza madre e padre, lasciati a loro stessi e a volte lasciati anche a morire per strada, strafatti di colla sniffata per tenersi su.

Rio conta circa sei milioni di abitanti in città, e oltre tredici nell’area metropolitana. I cittadini veri e propri si chiamano “carioca” (parola indigena che vuol dire “casa degli uomini bianchi” – quelli che i Tupì videro sbarcare il famoso 1° gennaio del 1502). Quelli di antica generazione sono detti “carioca da gema” (la gema è il rosso dell’uovo, il cuore di ogni creazione). Mentre gli abitanti dell’area metropolitana sono i fluminensi (del fiume – che non c’è – non è ironico?). Quindi, ripetete ancora una volta insieme a me: “carioca” NON vuol dire “brasiliano”, ma esclusivamente “abitante di Rio”. Oh! Bravi! Vedete che è facile?

rio-avenida atlanticaIl traffico a Rio può essere davvero pesante, ma per una cosa è organizzato meglio che da noi: la mattina, dalle sei alle dieci, e la sera dalle cinque alle otto, l’Avenida Atlàntica, la grande arteria che scorre lungo l’oceano da Barra al Centro e che canalizza il traffico dei lavoratori, viene chiusa al traffico alternato e diventa a senso unico. Percorrendo quella via si va soltanto in una direzione: da sud a nord la mattina, da nord a sud la sera. Se dovete andare nell’altro senso, siete obbligati a scegliere un’altra strada. Sembra una cavolata, ma credetemi, risolve un sacco di problemi.

E veniamo al Carnevale, che è senza dubbio la cosa più seria che potete trovare a Rio, su cui la proverbiale inefficienza carioca non trova riscontro, al contrario: si inizia a lavorare al grande evento sin dal mese di agosto precedente, sei mesi prima. I capannoni nella zona più esterna del porto, a Nord, sono le officine dove prenderanno forma e vita le creazioni che tutto il mondo ammirerà durante la settimana di sfilate, dai carri ai costumi. C’è tutta un’economia che gira attorno al Carnevale, inclusa la vendita di vestiti e posti sui carri ai turisti per sfilare durante le due notti del Desfile, la competizione che vede in gara, con tanto di giuria, votazioni e scrutini seguitissimi, sedici scuole di samba della città. Una diventerà campionessa, due scenderanno in “serie B” (sì, esiste una Serie A e una Serie B anche per le scuole di samba). È una gara che si prepara con cura sin nei minimi dettagli: vengono valutati dieci elementi, che vanno dal miglior “samba enredo” (il tema originale del samba che accompagna la sfilata di ogni scuola) alla migliore batèria (gruppo di percussioni che suona incessantemente per tutta la durata della sfilata), al rispetto dei tempi di gara (ogni scuola ha a disposizione 80 minuti per far sfilare tutti i suoi partecipanti, che siano poche centinaia o migliaia, che siano due carri o dodici – il che comporta che, nel caso di scuole particolarmente nutrite, gli ultimi a sfilare dovranno necessariamente correre come dei pazzi) eccetera eccetera. I carri e tutte le comparse e i ballerini vengono concentrati e ordinati con ore e ore e ore di anticipo nell’Avenida do Brasil, chiusa per l’occasione al traffico. Immaginatevi la Cristoforo Colombo di Roma altezza Piazza dei Navigatori fino all’EUR, oppure da viale Corsica a Milano fino a piazza Cinque Giornate invase da figuranti in costumi coloratissimi di piume lustrini e paillettes. Al via dei giudici si comincia a camminare, per poi a un certo punto svoltare e percorrere sculettando o dimenandosi sulle piattaforme instabili dei carri il chilometro e mezzo di Sambodromo fino alla Praça da Apoteòse (nome per nulla suggestivo), per poi fermarsi stremati dopo minimo sei ore in piedi a ballare al ritmo del proprio samba. La vincente viene proclamata il mercoledì delle Ceneri (“e tudo vai acabar na quarta-feira”), e le prime otto classificate hanno il diritto di sfilare di nuovo il sabato successivo nel cosiddetto Desfile dos Campeões. Ve l’ho detto, il Carnevale a Rio è un’industria, una meravigliosa fabbrica di sogni.

Potrei andare avanti ore, ma sono costretta a censurarmi e passare direttamente al dunque, ma è un dunque che qui è ragione di vita e sollievo dalla sofferenza: il calcio, o futebol. Avete visto le lacrime dei tifosi brasiliani durante l’incredibile derrota della Seleçao. Ed eravamo a Belo Horizonte. Non oso pensare a Rio cosa sarebbe successo: l’abbigliamento tipico di quasi ogni maschio carioca che non si debba recare in qualche ufficio è costituito da havaianas ai piedi, pantalone bermuda e la maglietta della propria squadra del cuore. A Rio, come noto, sono quattro: il Flamengo, il Fluminense, il Botafogo e il Vasco de Gama. Il Flamengo è la squadra più antica e quella che vanta più tifosi in tutto il Brasile. Il Fluminense è la squadra che raccoglie le simpatie degli emigrati italiani, che qui sono tantissimi, specialmente calabresi. Famosissimo il derby Flu-Fla. Anch’io, all’epoca, tenevo per la squadra dalla camisa verde-bianco-granata, anche se ripensandoci sarebbe come tifare Lazio, e questo un po’ mi destabilizza. Ma non lo diciamo a nessuno, ok?

rio-vecchiettoE poi, infine, c’è il Maracanã. Ovvero, lo Estadio Journalista Màrio Filho. Io l’ho visto prima della ristrutturazione, quando ancora esistevano i posti in piedi, 30.000, nel parterre dietro le porte. Mi dissero che in occasione di alcune partite particolarmente sentite, il posto nel parterre costava 1 real, meno di 30 centesimi di euro. Non posso dire se sia vero, io ho visto diverse partite in quello stadio, ma seduta in quella che sarebbe una tribuna medio alta, le cadregas brancas (sedie bianche). L’impatto con il Maracanã è straniante: tanto per cominciare, al piano terra c’è il museo dello stadio, intitolato a Garrincha, con tutte le memorabilia più importanti, con una walk of fame di giocatori che hanno onorato il calcio brasiliano, ovviamente fatta di impronte di piedi. Quale la mia sorpresa quando tra essi ho trovato le impronte di Renato Portaluppi, calciatore che nel breve periodo in cui militò nella Roma venne ricordato solo per le colossali sbronze che prendeva alle varie feste che amava frequentare, insieme alle belle donne e le belle auto. Si vede che il suo talento l’aveva riservato alla madrepatria.

Poi, una volta dentro, la visione perfetta del campo di calcio. Si dice che sia esattamente la stessa da ogni suo punto, perché è circolare. Non ho potuto verificare, ma certo si vede benissimo. Sempre ai tempi in cui sono andata io, ormai più di dieci anni fa, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo della partita entrava in campo un vecchietto tutto curvo, sembrava un gancio da pesca, con un pallone in mano. E mentre noi ci chiedevamo perplessi cosa stesse facendo lì in mezzo al campo, il resto dello stadio, già pronto, lo incitava. Ed ecco lì questo vecchietto colpire il pallone con un primo calcio, poi un secondo con l’altro piede, poi un altro, e così via: palleggiava camminando lentamente ma inesorabilmente senza mai far cadere la palla o perdere il ritmo, avanti e indietro da una porta all’altra, poi per il lato breve, poi per il lato lungo, poi intorno alla bandierina del corner, poi di nuovo dritto verso il centro. E così via, per tutti i quindici minuti dell’intervallo. Avrà avuto non meno di ottant’anni, era magro magro, con queste gambette che spuntavano scheletriche dal pantaloncino oversize e i capelli bianchi a ciuffo sparati sulla testa. Eppure, ogni santa partita che si giocasse allo stadio, lui veniva lì con il suo pallone e si esibiva, per poi tornare nell’anonimato. Ho trovato su YouTube alcuni filmati dove si vede lui che palleggia incitato dai tifosi. Non so se sia ancora vivo, ma per me resta l’immagine di questo stadio, dell’amore per il calcio dei brasiliani e anche della loro arte di trasformare le cose che amano in modi per sopravvivere. Perché a loro basta poco per essere felici: la spiaggia, un chop bem geladinho, una chitarra e una palla da calciare. Chiamali scemi!

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